B. Marco Guarneri e il coraggio di mettere in discussione le proprie coordinate

E se il problema non fosse trovare la strada giusta, ma capire chi ci ha insegnato a riconoscerla come tale?

È da questo interrogativo che si può partire per avvicinarsi a Il Giardino Invisibile di B. Marco Guarneri, un’opera che porta al centro della riflessione il rapporto tra individuo, convinzioni e interpretazione della realtà.

Il punto interessante non è soltanto ciò che vediamo, ma il filtro attraverso cui impariamo a guardare. Famiglia, ambiente, esperienze e aspettative contribuiscono a costruire una mappa personale del mondo. Una mappa che può orientarci, certo, ma che talvolta finisce per restringere il territorio delle possibilità, facendoci scambiare ciò che conosciamo per l’unica alternativa disponibile.

Guarneri si inserisce in questo spazio di tensione (sempre positiva): quello tra le definizioni che ereditiamo e la possibilità di elaborarne di nuove. Il suo libro sollecita una riflessione che riguarda da vicino la vita contemporanea, in cui siamo continuamente chiamati a scegliere, esprimerci e dimostrare qualcosa, spesso senza concederci il tempo di verificare la direzione in cui stiamo andando.

La questione, allora, non è inseguire una versione idealizzata di sé, né trasformare ogni insoddisfazione in un progetto di miglioramento personale. È piuttosto recuperare la libertà di interrogare i criteri con cui giudichiamo la nostra esistenza. Che cosa consideriamo un traguardo? Quali desideri ci appartengono davvero? E quante decisioni prendiamo per convinzione, anziché per semplice adesione a ciò che ci circonda?

Il titolo suggerisce uno spazio che non si offre immediatamente allo sguardo. Una possibile chiave di lettura dell’opera sta proprio qui: riconoscere che una parte significativa della nostra esperienza rimane inesplorata finché non cambiamo le domande con cui la osserviamo.

Il Giardino Invisibile si presta così a una lettura che va oltre il desiderio di trovare risposte rassicuranti. Il suo interesse risiede nell’invito a sottoporre a verifica le proprie coordinate, accettando che rivedere una convinzione non significhi necessariamente aver sbagliato, ma poter comprendere qualcosa in più.

In fondo, la libertà personale comincia anche da un gesto poco spettacolare: smettere di dare per scontato il proprio modo di vedere le cose. E scoprire che, qualche volta, la direzione cambia prima ancora di muovere un passo.

Il titolo del suo libro evoca qualcosa che esiste, ma non è immediatamente visibile. Qual è il “giardino” che ha cercato per primo dentro di sé?

Il primo giardino che ho cercato è stato dentro di me. È nato dal bisogno di ritrovare un contatto autentico con me stesso, per poi estenderlo agli altri e al mondo che mi circonda.

Ho compreso, lungo questo percorso, che il giardino non è qualcosa da raggiungere, ma qualcosa da riconoscere e coltivare. Quando impariamo ad abitare consapevolmente il nostro mondo interiore, possiamo aprirlo agli altri. Ed è proprio attraverso questa condivisione che il giardino comincia a diventare visibile.

Ma c’è anche una dimensione ulteriore, che supera i confini dell’individuo e si apre al mistero dell’esistenza, a ciò che va oltre lo spazio e il tempo. È qui che il giardino assume per me anche un significato spirituale.

In fondo, l’ho chiamato invisibile proprio per questo: perché non appartiene a un luogo preciso, non ha confini e non può essere racchiuso in una sola definizione. È dentro di noi, nelle relazioni che costruiamo e nel legame profondo che ci unisce all’universo. È invisibile non perché sia assente, ma perché dobbiamo imparare a riconoscerlo.

Quanto delle nostre aspirazioni è autenticamente nostro e quanto, invece, è il risultato di modelli che abbiamo interiorizzato senza accorgercene?

Credo che la risposta dipenda soprattutto dalla nostra capacità di ascoltare noi stessi e dal rapporto che instauriamo con la voce del mondo. Più ascoltiamo ciò che il mondo ci suggerisce di essere, meno rischiamo di ascoltare ciò che siamo veramente.

È proprio per questo che preferisco una domanda a una risposta preconfezionata. Una risposta preconfezionata tende a confermare le strutture di significato attraverso cui siamo abituati a interpretare la realtà, offrendoci un punto di vista già costruito. Una domanda, invece, apre nuove possibilità. Ci invita a mettere in discussione ciò che diamo per scontato, a esplorare prospettive diverse e, soprattutto, a rivolgere lo sguardo verso noi stessi.

Penso che le domande autentiche abbiano proprio questa forza: permetterci di andare oltre i modelli che abbiamo interiorizzato, lasciando cadere, poco alla volta, ciò che non ci appartiene, fino a raggiungere, quasi per gravità, quello che nel mio libro chiamo il codice della ghianda: quel seme originario che custodisce ciò che ci rende speciali, unici e irripetibili.

Non si tratta, dunque, di smettere di ascoltare il mondo, ma di imparare ad ascoltarlo senza perdere la nostra voce. Perché forse il problema non è soltanto capire quante delle nostre aspirazioni siano davvero nostre, ma trovare il coraggio di domandarci da dove provengano.

Mettere in discussione le proprie convinzioni può destabilizzare anche le relazioni e le scelte su cui abbiamo costruito anni di vita. Come si trova il coraggio di farlo senza perdere i propri punti di riferimento?

Può sembrare un paradosso, ma credo che, per riprendere davvero il controllo della nostra vita, a volte dobbiamo avere il coraggio di lasciare andare il volante, anche soltanto per un istante.

Io lo faccio. E lo faccio ogni giorno.

Perché credo che dentro ciascuno di noi esista una forza più profonda delle convinzioni che abbiamo costruito nel tempo. È quella che nel mio libro riconduco alla ghianda, al suo codice essenziale, a quella natura originaria che custodisce ciò che siamo veramente.

Quando lasciamo andare il volante, non significa necessariamente perdere la direzione. A volte accade proprio il contrario: è come se quella forza interiore cominciasse a correggere da sola la traiettoria, riportandoci lentamente verso ciò che ci appartiene. Il difficile è avere il coraggio di fidarsi.

E forse è proprio questo il punto: imparare, per quanto possa sembrare assurdo, a fidarci più di noi stessi che delle voci degli altri. Non significa smettere di ascoltare il mondo, ma riconoscere che nessuno può conoscere fino in fondo la direzione della nostra esistenza al posto nostro.

Naturalmente, tutto questo ha un costo. Mettere in discussione le proprie certezze può significare rivedere scelte importanti, affrontare incomprensioni, perdere alcune sicurezze e accettare che persino le relazioni possano cambiare. Ne sono pienamente consapevole.

Ma c’è qualcosa che considero ancora più importante: il nostro tempo è limitato. Non sappiamo quanto ne abbiamo a disposizione, e proprio per questo credo che dovremmo domandarci quanto ci costi continuare a vivere seguendo una direzione che, forse, non ci appartiene.

I punti di riferimento possono cambiare. Le strade possono cambiare. Ma se impariamo a riconoscere e ad ascoltare la nostra ghianda, forse scopriamo che il punto di riferimento più importante non lo abbiamo mai perduto: era dentro di noi.

Comprendo i costi. Ma credo che ne valga la pena.

Immaginiamo un lettore che chiuda il libro e torni alla sua giornata abituale. Quale piccolo gesto, quale nuova domanda o quale abitudine vorrebbe che cambiasse per prima?

In realtà, non vorrei essere io a stabilirlo. E questa scelta nasce proprio dal significato più profondo del mio libro.

Mi piace richiamare un principio formulato da Alfred Korzybski: «La mappa non è il territorio». Un concetto che possiamo comprendere anche attraverso un’altra immagine: il menù non è il pranzo.

Ciascuno di noi costruisce, nel corso della propria esistenza, una mappa della realtà, fatta di esperienze, convinzioni, valori e strutture di significato. Ma quella mappa, per quanto importante, non coincide mai completamente con il territorio che cerca di rappresentare.

Lo stesso accade quando leggiamo un libro. Le parole incontrano il mondo interiore di chi le legge, attraversano le sue esperienze e si riflettono nelle sue strutture di significato. Per questo credo che ogni lettore possa trovare ne Il Giardino Invisibile qualcosa di diverso, qualcosa che risuona con la propria storia e con le domande che porta dentro di sé.

Non desidero consegnare risposte preconfezionate, né indicare quale abitudine cambiare o quale strada percorrere. Preferisco lasciare al lettore la libertà di interrogarsi, di mettere in discussione la propria mappa e, magari, di scoprire qualcosa che fino a quel momento non aveva considerato.

Se proprio dovessi esprimere un desiderio, vorrei che, chiudendo il libro, il lettore non si chiedesse soltanto che cosa ho voluto comunicargli, ma che cosa quelle pagine hanno risvegliato dentro di lui.

Perché, in fondo, non vorrei che il lettore uscisse dal libro con la mia mappa. Vorrei che trovasse il coraggio di esplorare il proprio territorio.

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