Fermo: ucciso per ignorante razzismo

di Luigi Asero

Una triste storia di una qualsiasi città italiana. Siamo nelle Marche, a Fermo, è martedì 5 luglio. Qui una coppia di richiedenti asilo ospitata presso il Seminario Arcivescovile, passeggia per le vie della città quando viene aggredita da alcuni balordi. Gridano a lui “tua moglie è una scimmia”. Lui, Emanuel, 36 enne, reagisce, non capisce il perché debbano essere insultati così. Viene massacrato a calci e pugni, con un palo stradale divelto infieriscono ancora. Per poi fuggire, da vigliacchi chiaramente.

Emanuel è ora in coma irreversibile. Emanuel è nigeriano, è fuggito insieme alla moglie dai massacri perpetrati dai miliziani jihadisti di Boko Haram nell’inutile tentativo di un futuro migliore per il bimbo che attendevano (e che hanno perso in Libia per le percosse ricevute dalla povera donna dai trafficanti di merce umana). Gli inquirenti hanno fermato un uomo sospettato di essere uno degli assalitori. È un ultras già segnalato in passato per violenze. Sostengono essere unico responsabile. Eppure la moglie (e forse altri testimoni) parlano di due assalitori. Si continuerà a lavorare.

Il resto della storia, della cronaca, la racconta bene la corrispondente per Huffington Post, che aggiunge la cronaca di una serie di attentati a varie chiese della stessa città “ree” di operare in favore dei deboli.

Lei, Chimiary, è adesso sola. Immersa nel dolore. In un Paese che doveva essere il sogno della sua vita cristiana, della sua famiglia. Si erano sposati proprio a Fermo appena in gennaio. Un matrimonio valido solo per la Chiesa, non essendo entrambi in possesso di documenti validi. Un matrimonio per suggellare una famiglia tradizionale, cattolica, che chiedeva solo di vivere serenamente.

Forse sarà autorizzata, ultimo atto d’amore, la donazione degli organi. Se l’Italia non ha salvato Emanuel, forse Emanuel salverà qualche italiano.

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