Non è jihad, è odio verso tutto il mondo

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di Luigi Asero

Veramente difficile nei giorni dedicati alla Pasqua pensare a quanto accade nel mondo e non cogliere il grido di aiuto del Creato, della Natura tutta, per i fatti che giornalmente e nell’indifferenza generale colgono alla sprovvista i cittadini del mondo intero. Questo è qualcosa in più che un semplice allarme e queste righe non vogliono limitarsi a parlare di terrore, ma vogliono piuttosto allargare un po’ i confini della discussione perché sembra che tutti stiano perdendo di vista l’obbiettivo primario di tutto: salvare la Terra stessa dalla distruzione umana.

Non è solo jihad, abbiamo scelto di titolare. Perché è il terrorismo di matrice jihadista il pericolo percepito dalla maggior parte dei popoli. Un pericolo reale ma anche un pericolo abilmente “pompato” forse per interessi diversi da quelli della semplice preoccupazione. Quando il terrore prende il sopravvento è chiaro che tutto passa in secondo piano. Si percepisce il pericolo immediato ma non si coglie il senso di un progetto devastante di più ampio respiro. Proviamo a spiegarci meglio con un esempio: tutti sono in grado di percepire il pericolo immediato di una nube di fumo causata da un vasto incendio e tutti comprendono come sarà impossibile respirare se non vi si pone immediato riparo, gli stessi spesso non percepiscono il pericolo costituito per la salute dal fumo di una “semplice” sigaretta invece. Questo solo perché uno dei due pericoli è immediato, mentre l’altro è rinviato nel tempo.

Ma non dilunghiamoci e torniamo alla guerra che più ci interessa da vicino: quella lanciata da una serie di movimenti terroristici che si richiamano alla matrice religiosa-islamica e alla guerra santa del profeta Maometto: la Jihad. La “guerra santa” così come ci è stata dichiarata e come ci viene proposta in realtà di “santo” ha ben poco. Prova ne sia il fatto, troppo spesso dimenticato, che i terroristi islamici colpiscono le genti di ogni Paese e di ogni religione. E non sono poche le moschee (luoghi di culto islamico) attaccate con decine di morti. Rei probabilmente di esser considerati moderati rispetto al fanatismo di chi organizza e gestisce la jihad. O peggio, rei di poter far comprendere ad altri musulmani che la religione, l’Islam, non è fanatismo. Uccisi per aver teso cioè a quello che è l’ideale di ogni religione: il bene comune.

Quando, come recentemente accaduto in Iraq e in Pakistan, si uccidono bambini innocenti (nel caso dell’attentato pakistano tutti cristiani) si tocca il fondo. Non c’è nulla al mondo che possa pensare di “autorizzare” una strage di bambini. Seppur già Erode, in tempi meno recenti, lo fece. Ma per quali motivi ne organizzò la strage? Per la conservazione del potere, per aver temuto che un nuovo Re fosse tra i nati. Oggi? Oggi nessuno teme la nascita di un nuovo Re, troppi però vogliono tagliarsi una fetta di potere più ampio.

Ed ecco che viene in mente come il problema non sia soltanto il terrorismo jihadista. Troppi fattori concomitanti cercano di decimare la popolazione umana e terrestre in genere. Tutti fattori aiutati dalla frammentazione di interessi che -mai come in questi anni- si verifica fra le genti. Ognuno impegnato a “lottare” solo per il problema che percepisce (animalisti, delitti di genere, ambientalisti, lavoratori, disoccupati, precari, sportivi e via di seguito) e nessuno (o quasi) che prova a guardare i problemi nella loro generalità. Difficile trovare soluzioni se non si riesce a trovarne di condivise fra tutti. Ed è difficile trovare soluzioni condivise se il problema di uno non ha nulla da spartire con il problema percepito dall’altro.

La soluzione al terrorismo jihadista non è il respingimento dei migranti (spesso fuggitivi rispetto a territori di guerra) ma nemmeno l’accoglienza tout-court di tutti i migranti. La soluzione non sono i bombardamenti a tappeto ma nemmeno affidarsi a una miriade di agenzie di intelligence che spesso perseguono obbiettivi contrastanti. Sono i popoli a dover comprendere che chi governa è ben lontano da soluzioni rapide ed efficaci e a dover pressare perché ci sia una risposta unitaria e complessiva al fenomeno. Non è possibile parlare della Siria se non si affronta il caos libico e le titubanze turche e saudite. Non è possibile parlare di interventi militari in un qualsiasi Paese se non si affronta il tema del contemporaneo soccorso alle popolazioni. La tecnologia oggi potrebbe aiutare a eseguire operazioni mirate chirurgiche di grande efficacia. Sono problemi grandi, ma vanno affrontati. Presto e da tutti.

Perché l’indifferenza dei popoli è la chiave che apre la porta al terrore. Che ci sorprende quando il terrore ci colpisce da vicino.