Angeli (sconosciuti) in divisa

Berretto_Carabinieri

di Luigi Asero

Ancora una volta una storia di vita vissuta. Una storia breve raccolta in treno dalle parole di un immigrato (regolare) indiano. Povero e dignitoso, ma triste come ogni persona che spera in un viaggio per cambiare le sorti della propria famiglia (e a quanti italiani accadde ciò agli inizi del secolo scorso?) e si trova invece con meno di un pugno di mosche, ad aver perso tutto. A non poter rientrare a casa ed a pensare che quei tre figli lasciati lì, nella terra d’origine, forse nemmeno li potrà veder più. O almeno si perderà quegli anni della loro crescita.

È la storia dell’uomo incontrato questa mattina, diretto a Reggio Calabria. Con soltanto una busta in mano. E sempre meno speranza nei suoi occhi. Sono storie di immigrazione e del falso mito italiano all’estero. Laddove si pensa che l’Italia sia l’America. Laddove non si può comprendere che Italia e America sono sogni, difficilmente solide realtà.

Le prime parole sono quelle di “una sigaretta per favore?”… “Sì, ecco… “

Una sigaretta forse più contro il freddo che non per la voglia di fumare. Da lì poche parole, in un italiano molto stentato, ma desideroso di comunicare, di poter parlare con qualcuno. Chi si aspetta il lieto fine ha sbagliato articolo, per ora almeno, lieto fine non c’è. Ma c’è un messaggio di speranza, piccolo. Ma tanto importante.

Mi racconta del suo essersi aggregato a un circo anni fa in India, per guadagnare qualcosa in più da mandare a casa alla moglie, ai genitori anziani, ai tre figli piccoli. Poi dopo cinque anni il circo chiude. La crisi ha travolto anche loro, lui rimane qui, in Italia. Ultima tappa circense. Inizia a lavorare la terra. Non si lamenta di quanto lo abbiano pagato. È grato comunque del poco che avrà preso. Poi la promessa di maggior lavoro in Sicilia, terra di agricoltura e campagne, terra di pace e di contadini. Così non fu. Perse i pochi risparmi che aveva per sé, per vivere in Italia. Non avrebbe potuto chiedere soldi indietro alla sua famiglia e così, senza mai dir loro nulla è rimasto a vivere nelle panchine di un parco in un capoluogo del centro della Sicilia. Lontano da altri immigrati, pauroso che potesse esser coinvolto in qualcosa di brutto. È arrivato il grande freddo anche qui, adesso, da pochi giorni.

Un maresciallo dei carabinieri (o almeno così ci è sembrato di capire) giorni fa lo ferma. Capisce la situazione e così gli dice di aspettarlo lì, in quella panchina. Finito il servizio lo va a prendere e lo porta a casa con sé. Conosce persone in Calabria, si assicura che possano farlo lavorare in campagna. Prima di andare verso casa passano in un negozio, ci sono gli sconti. Acquista per lui un giubbotto impermeabile. Giunti a casa gli dà alcuni indumenti suoi (sono nuovi, usati pochissimo si vede). Lo fa lavare, lo fa dormire a casa sua. Poi, stamane, gli compra il biglietto ferroviario, qualcosa in contanti per vivere un paio di giorni e aver il tempo di iniziare a lavorare. Lo lascia in stazione, non prima di aver riempito per lui un thermos di thè caldo per potersi riscaldare durante le soste del viaggio.

Inizia da qui il nuovo viaggio della speranza di questo giovane, sfortunato (e fortunato insieme) indiano.

Penso alle mille polemiche sui “marò”, alle Istituzioni gonfie di parole e propositi, all’allarme sociale (giusto per carità) della gente. Poi penso che gli Angeli esistono pure. Questa volta camuffato con una divisa. Chissà quanti odieranno quella divisa. Chissà quanti non sapranno mai che dietro -delle volte- c’è un Angelo dei nostri giorni.
Grazie sconosciuto maresciallo, buona fortuna a te giovane indiano (quasi) sopraffatto da questo maledetto “Sistema”.