Perché si possa imparare dagli errori passati

perdono

di Luigi Asero

La storia che andiamo a raccontare è una storia vera, breve, di vita vera. Abbiamo scelto di raccontare questa storia come metafora affinché sia utile in ogni ambito (in fondo basta sostituire alcuni “particolari” di vita e adattarla). È una storia di buon auspicio, seppur velata di tristezza e malinconia, ma che si conclude, almeno al momento in cui scriviamo, con un grande messaggio di speranza che è ciò che vogliamo lasciare qui per salutare il 2015 che va via e dare il buongiorno al 2016 ormai a poche ore da noi.

Tutto ha inizio durante uno spostamento pendolare in treno alla vigilia del Natale appena trascorso. Sul vagone non siamo in molti, accanto a me (e la mia immancabile valigetta) siede, giusto 2 posti dopo, un signore. Sembra sia povero, viaggia con una semplice busta in plastica trasparente. Di quelle della spesa. È verde come la speranza che, pochi minuti dopo, vedrò negli occhi del signore appena accennato. Ha uno sguardo un po’ perso nel vuoto, sembra non riconoscere i luoghi e anzi, meglio, sembra volerli ricordare.

Il treno inizia il suo viaggio, dovrei giungere a destinazione fra circa un’ora e quaranta (i lettori perdonino il cambio del tempo verbale, che uso a fini “stilistici”). Pochi minuti dopo ho già acceso il mio portatile, inizio il mio solito lavoro. Scrivo, leggo appunti e articoli grazie alla mia connessione con il telefono. Sono incuriosito da quel signore però. Lo vedo guardare fuori come fosse un bambino, come se tutte quelle cose non le avesse mai viste.

Passa il controllore, verifica il biglietti di tutti noi. È gentile, fra non molto inizia la “notte di Natale”, sparge sorrisi e avvisa quei viaggiatori distratti che il biglietto andrebbe convalidato in stazione altrimenti si rischia il verbale, ma rassicura tutti che non ne farà la sera di Natale. Anzi, a tutti fa gli auguri suoi personali. Ognuno di noi rientra a casa. Chi dai genitori, chi dalla propria moglie o dai suoi figli. O chissà. Chissà dove andrà quel signore dalla povera busta verde?

Arriva il suo momento, il controllore chiede il biglietto con la sua solita cortesia. Lui parla molto piano, il controllore gli chiede di parlar più forte, non lo sente. Il signore gli fa segno di avvicinarsi, mentre egli stesso si sporge verso di lui. Farfuglia qualcosa e gli porge un foglietto. Il controllore esclama “Ah!” rimanendo però gentile, come sempre. Verifica e passa avanti. Quel signore chiede quali siano gli orari dei nuovi treni e a che ora dovrà presentarsi in stazione il successivo lunedì mattina. Deve per forza rientrare per le 11 in modo da aver il tempo di prendere un altro pullman che lo porterà a destinazione. Che poi sarebbe da dove questa vigilia di Natale era partito.

Il controllore risponde che appena termina di controllare tutti i viaggiatori sarà da lui e gli darà le informazioni richieste.

Qui inizia il nostro dialogo, lui -il signore dalla borsa verde- si rivolge a me e con un sorriso mi dice “meno male, è gentile il controllore, da anni non so cosa sia la gentilezza“, sorride, ma continua a sembrare smarrito. Guarda questi treni, le telecamere a bordo, i sedili nuovi e lucidi, apprezza il silenzio dei nuovi motori. Guarda fuori, ormai è buio. Allora continua a parlare con me che decido di spegnere il portatile per ragionare un po’ con questo sconosciuto.

Si fida e mi spiega che è il suo primo permesso premio. Viene da Palermo, qui anni fa ha “sbagliato, sbagliato assai…. 20 anni, 20 anni mi sono preso… ancora 10, dieci anni di vita maledetta. Ma meritata, ho sbagliato. Ero carusu (ragazzo), non capivo. Impulsivo… Oggi torno a casa per la prima volta, da dieci anni solo sbarre. Quante cose cambiate…

Lunedì mattina di nuovo là dentro, ma non devo ritardare, anche se mi corico alla stazione lunedì torno perché gli anni che m’hanno dato sono sacrosanti, ho fatto male e solo dentro ho capito… perché dentro (al carcere ndr) pensi, puoi solo pensare. E io so che ho sbagliato. Dovevo pensarci prima…. Sa una cosa? Stavo male e non lo capivo, il mio peso? Prima ero 130 chili…. non lo capivo, ora peso la metà. Facevo una vita di m… perché non lo capivo, non mi curavo, non pensavo. Mi dicevano una cosa e io …. niente, facevo di testa mia. E ora pago, ed è giusto che pago. Vorrei farlo capire ai ragazzi di oggi, vorrei fargli capire che certe cose non si fanno, che le paghi per sempre, che te le porti dentro. E se inizi a pensarci, non è il carcere… ma capisci che ti sei bruciato la vita. E il Signore una ce ne aveva data. E io me la sono bruciata. E lo vorrei far capire a certi giovani. Lavorate, spaccate pietre, fate quello che volete, ma non quello che ho fatto io. Che poi… attento, non ho ammazzato nessuno ah! Però ho sbagliato assai e alla fine…. 20 anni… 20… altri 10. Il mondo non lo riconosco già oggi. Ma almeno con questo permesso vedo un po’ di novità. Mi voglio comportare bene, voglio finire la mia pena e poi basta… non ci devo tornare più là dentro”… Mi chiede se mi sta disturbando con il suo sfogo. No. Rispondo che Gesù in croce perdonò e parlò proprio con il ladrone (inteso come il delinquente dell’epoca). Una lacrima riga il suo volto, si è commosso. ha preso l’argomento di Gesù. Spera che perdonerà anche lui. Rispondo che non posso saperlo, ma se sta parlando sinceramente allora sicuramente lo avrà perdonato. E non vorrà che sbagli di nuovo. Lui dice solo… “no, basta, se uscirò vivo voglio solo vivere e godermi le cose belle che ha fatto per noi, in questa bella Sicilia, in questa bella Italia“.
Parliamo di altre cose, mi chiede cose sulla tecnologia, sui giornali, sulle notizie.
Io arrivo a destinazione, devo scendere. Lo saluto. Vedo che avrebbe voluto un abbraccio. “Chi sono io per giudicare, se lo avrà fatto Gesù… lo abbraccerò anch’io. Auguri, buon viaggio, si goda il Natale e presto ne vedrà altri, belli”. Si commuove di nuovo, mi risponde con gli occhi lucidi “auguri a lei, e grazie“.
Scendo. Non l’ho ammesso ma anche io ero commosso. Gesù (Quello in cui io credo) mi aveva dato una possibilità: essere una briciola di umanità per una persona pentita di chissà quali errori passati.

È una storia vera, raccontata a mo’ di pagina di diario. Ma il senso è solo uno: che il 2016 aiuti tutti a imparare dagli errori passati. Già così sarebbe un anno migliore.
Buon 2016 a tutti.

Luigi Asero

Appassionato di informazione scrivo per passione su diverse testate. Sempre alla ricerca della verità.