Cosa nascondono le dimissioni di Marino? Cui prodest?

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di Luigi Asero

Dopo un attacco che forse non ha precedenti nella storia, il sindaco Marino ha rassegnato oggi le proprie dimissioni. Naturalmente, e lo diciamo sin dall’inizio, non è che il sindaco abbia fatto mancare motivi per arrivare alla conclusione che era meglio rassegnasse le dimissioni. Bene ha fatto e troppo tempo c’ha perso a farlo. O meglio, troppo tempo ha impiegato il Pd (suo partito) a comprendere che andava fatto.

E non per “Mafia Capitale” nella quale non è certo lui il colpevole, né per i presunti scontrini e le presunte spese di rappresentanza. Non perché queste non rappresentino un grave precedente, ma perché semmai sappiamo essere cosa comune a troppi amministratori non proprio ligi alla Costituzione. Ciò non giustifica ma rappresenta giustificazione soltanto per l’indignazione popolare. Non c’è partito che chieda le dimissioni di un suo sindaco, peraltro della Capitale, per queste motivazioni.

Ma queste sono le motivazioni dell’indignazione dei tanti appartenenti Dem e non soltanto dei cittadini (della cui opinione di solito, a elezioni fatte, non interessa a nessuno) che hanno attaccato in ogni modo, spesso trasversale (vista la proverbiale sincerità dei suddetti) l’ormai forse ex sindaco Marino.

Eppure qualcosa sfugge. L’interesse per la poltrona di sindaco di Roma non può “appannare” la lunga vista di politici di un certo livello, ben coscienti che non andrebbe certo al partito di maggioranza l’ambita poltrona. Troppi i danni indelebili lasciati alla città dalle ultime amministrazioni. Non solo Mafia Capitale, ma anche l’incuria, i disservizi, lo sfascio dell’Atac, l’ordine pubblico, lo scempio del patrimonio artistico e architettonico. Cose che i romani, e gli italiani in genere, non possono più tollerare.

Ma gli interessi orbitanti sul Campidoglio sembrano essere troppi. E trasversali. Come gli attacchi. Ignazio Marino è certamente un ottimo chirurgo, forse molto meno un buon politico e non ha compreso cosa accadeva intorno a lui. In Comune ma soprattutto fuori. Non ha compreso che alcuni inviti erano (forse) “trappole” per topi nei quali è rimasto sistematicamente imbrigliato. In un giogo che a ogni sua mossa stringeva sempre più la presa.

Come non ricordare la stampa internazionale, compreso il New York Times che parlava del degrado di Roma (dalla città del più famoso “quartiere” di degrado al mondo: il Bronx); e degli attacchi dei giornali francesi? scritti da Parigi che dimentica (quando vuole) i suoi sobborghi dove degrado si scrive “banlieue”. O delle recenti posizioni Vaticane che hanno giustamente difeso il Papa incautamente nominato proprio da Marino a giustificazione di un viaggio ingiustificabile a Philadelphia. Eppure quelle posizioni, anche nei giorni successivi alla smentita di papa Bergoglio, appaiono sin troppo dure. Esempi ce ne sono centinaia. Veramente. Difficile contarli tutti.
Bisognerebbe, per comprendere meglio, sapere di ogni gaffe di Marino la sua origine. Chi lo ha invitato veramente a Philadelphia? E chi ha veramente incontrato? E perché lo ha incontrato? Domande che rimarranno sicuramente senza risposta. Come sarebbe opportuno sapere chi ha notificato i verbali della sua Panda Rossa e perché mandarli in pubblico quando non pagati (chiaro che doveva pagarli ed essere sanzionato, ma chi si è preso la briga di far sapere che ciò non era avvenuto). Sicuramente un dipendente (o meglio funzionario) solerte, ma ciò -proprio a Roma- pare appunto un’anomalia.

Una spiegazione semplice è che a breve ci saranno i fondi per il Giubileo (e si giustifica l’asse Governo-Vaticano) e l’opportunità di un Commissario ad Acta è ghiotta proprio per il governo (come segnalato già dal Movimento 5 Stelle), ma anche questo non giustificherebbe gli interventi stranieri (stampa e altro). E allora dietro quel che possiamo denominare “affaire Marino” si cela altro. E non è nemmeno la presunta moralizzazione di cui spesso si vanta Marino stesso. Ben altro. E allora cosa nascondono le dimissioni di Marino?

Di certo, Marino, è caduto per sua stessa mano. Roma non poteva consentire che il sindaco rispondesse di non poter rientrare dalle vacanze per un funerale, Roma non poteva consentire che un sindaco fosse spesso assente per impegni che poi si traducono in scontrini fasulli, Roma non poteva consentire un sindaco incapace di parlare ai suoi cittadini.
Perché in fin dei conti, la gente vuole solo un interlocutore. Dei politici, di ogni politico, sa di non potersi più fidare. Marino non ha saputo nemmeno essere interlocutore.
E questo ha favorito “interessi particolari” che scopriremo forse fra almeno vent’anni. Roma caput mundi, Marino capo linea.