L’Università italiana non è uguale per tutti

Ministero istruzione 16di Luigi Asero

Iniziamo questo articolo con la lettura di alcuni articoli tratti integralmente dalla Legge fondamentale italiana, la Costituzione. Vedremo subito dopo perché.

Costituzione della Repubblica Italiana, art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.

Costituzione della Repubblica Italiana, art. 9

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione.

Basta leggere questi due articoli, pensati correttamente dai “padri fondatori” per comprendere che lo Stato è impegnato dalla sua stessa Costituzione a garantire a tutti i suoi cittadini, in ogni parte del territorio di sua competenza, pari diritti e pari doveri.

Se questa è una chimera su determinati ambiti, non può esserlo anche su quelli in cui svolge “in prima persona”, selezionando con appositi concorsi il personale e dando regole certe che dovrebbero essere uguali da nord a sud, penisola e isole. Così non è ed è un suo stesso esponente a “certificarlo”.

Emendamento-Meloni-13.38Secondo un emendamento presentato da Marco Meloni (Partito Democratico) e approvato oggi, riguardante il disegno di legge della Pubblica amministrazione in discussione in commissione in seconda lettura alla Camera si parla infatti di “superamento del mero voto minimo di laurea quale requisito per l’accesso” e della “possibilità di valutarlo in rapporto ai fattori inerenti all’istituzione che lo ha assegnato“. In poche parole: gli atenei non sono tutti uguali, i loro voti non hanno la stessa valenza e, magari, un’Università privata potrebbe avere maggior valore nell’esame del titolo attribuito a chi, possedendolo, fa domanda per un concorso pubblico.

Sembra grottesco ma è stato approvato. O forse è la “certificazione dell’ovvio”.

Se da un lato l’emendamento sembra voler rendere giustizia a chi ha dovuto “sudarselo” quel voto, magari un agognato 110 e lode, dall’altro certifica -ancora una volta- il fallimento del sistema dell’istruzione italiano, incapace di garantire un giudizio unico (in qualsiasi sede aggiungeremmo senza voler sconfinare più di tanto…).

Facciamo un esempio pratico: se un ateneo ha la media degli studenti che si laurea con il 95, mentre un altro ha una media di 106 evidentemente ci saranno criteri di valutazione diversi questo porta il legislatore a pensare che è sopravvalutata la media del 105.
Ma con questo criterio si creeranno ancor più “atenei d’élite” e atenei di basso rango, destinati a “morire”. Aggiungiamo un’altra obiezione: come considerare poi il laureato che intraprende una carriera professionale autonoma? Saranno professionisti di categoria minore se provenienti da atenei valutati negativamente?
Non sarebbe più logico intervenire sugli atenei affinché si riesca a equiparare, una volta per tutte, il criterio di valutazione e la qualità dell’insegnamento?

Spiega al Corriere della Sera lo stesso Marco Meloni: “In realtà la valutazione esiste, ed è quella dell’Anvur, ma non so se il governo la userà. L’importante è che si introducano elementi che premino davvero le competenze e la preparazione. Ora vedremo come il governo declinerà questo proposito nel decreto legislativo che seguirà alla delega“.

La questione resta quindi in sospeso, l’emendamento è stato accolto, la legge è in iter e occorre vedere quante altre variazioni subirà e come vedrà la luce. Di certo c’è che un esponente dello stesso Pd al governo del Paese “certifica” con la sua proposta il fallimento del sistema istruzione italiano. E ci consola poco.