Se l’ISIS fosse destinato a vincere?

John-McLaughlin

di Luigi Asero

Ciò che per alcuni anni è sembrata poco più che un’altra “arma di distrazione di massa” oggi sembra assumere nuovi e più agghiaccianti contorni. A condire la propaganda mediatica dello Stato Islamico che minaccia l’Occidente e gli “infedeli” un giorno sì e l’altro pure si aggiungono ora nuove analisi.

Non si tratta di far terrorismo mediatico ma di provare a ipotizzare scenari che a volte, per istinto di conservazione, si tende ad escludere aprioristicamente.

Certo si deve sempre far attenzione alle “fonti”, comprendere quanto certe dichiarazioni o certe statistiche non siano opera della contro-propaganda. Ma non si può mai escludere nulla a priori.

Certo la dichiarazione più preoccupante è quella che arriva dall’ex direttore della CIA John McLaughlin, il quale in un’intervista al Washington Post lascia trasparire il suo terribile dubbio: “E se accadesse “l’impensabile”, ovvero la vittoria dello Stato islamico?“.

Va ricordato che negli Stati Uniti siamo in clima elettorale, da presidenziali, e aspettarsi ogni possibile “colpo” è ormai regola. Eppure, anche solo per un minimo di scrupolo va analizzato quanto ha dichiarato.

Le dichiarazioni di McLaughlin evidenziano cosa, a parer suo, va fatto per scongiurare questo scenario: “riconquistare gran parte del territorio nelle mani del ‘califfato’ e mettere fine al senso di alienazione dei sunniti in Iraq e Siria, “il più forte motore di attrazione per le reclute dello Stato Islamico“.

Andrebbero quindi ben dosate “pressione militare, persuasione e diplomazia“. E aggiunge: “Se nei primi due anni della prossima presidenza americana lo Stato Islamico sarà ancora in piedi sarà difficile non parlare di vittoria“.

Specifica quindi tutto ciò che non va assolutamente fatto:

  • non riuscire a radunare una forza di terra sufficiente a sconfiggere gli jihadisti;
  • permettere che lo Stato Islamico penetri a Baghdad, anche solo con infiltrazioni di jihadisti che seminino il caos;
  • lasciare che l’Iraq continui a disfarsi con i sunniti, gli sciiti e i curdi sempre più separati;
  • lasciare che l’Iran sia tentato da assumersi maggiori responsabilità nel combattere lo Stato Islamico.

E conclude: “le cattive opzioni sono tali da indurre ad una paralisi politica qui (USA, ndr) e in Medio Oriente. Ma se c’è una chiara lezione degli ultimi anni è che non decidere è di fatto una decisione e che questo può portare a scelte ancora peggiori“.

Perché prendiamo in considerazione le parole dell’ex direttore? Perché nel frattempo arrivano alcuni dati dalla Germania. Sembra che non meno di 500 giovani abbiano lasciato negli ultimi mesi il Paese per unirsi alla Jihad, fra questi anche il rapper Deso Dogg, di padre ghanese e madre tedesca.

Spesso sentiamo, dai commenti dell’opinione pubblica che si tratta sì di giovani europei nati nei nostri Paesi, ma con origini africane o medio orientali. E spesso è vero. Ma non è ciò che è accaduto per Manuel e Cristoph G., gemelli tedeschi di origine assolutamente tedesca, provenienti da Kassell nella Germania centro-occidentale. Eppure i loro volti, uniti alla Jihad, sono apparsi sulla rivista Dabiq, organo informativo dell’Isis, fra i “martiri della Jihad”.

Manuel, ex soldato della Coalizione, già impegnato in Afghanistan ha scelto di diventare kamikaze dopo la sua conversione all’Islam e si è fatto esplodere in Iraq, compiendo una delle numerose stragi che continuano a insanguinare il Paese.

Sono centinaia i giovani europei, quindi, che si arruolano (per chissà quale arcano motivo) nelle fila del sedicente “Califfato”. Mentre le autorità, incuranti degli enormi finanziamenti che l’Isis si procura tramite vari canali (uso di pozzi petroliferi, vendita di reperti e opere d’arte al mercato nero, tratta dei migranti dalle coste libiche, sequestri, tratta delle “vergini”, e via di seguito) sembra non vogliano affrontare il problema. Rinviando a non meglio precisati accordi.

E opponendosi a quella Russia che, invece, sarebbe il miglior alleato possibile in una crisi del genere.