L’incuria umana causa il dissesto idrogeologico

Il dissesto idrogeologico è in questi ultimi anni una problematica diventata di pubblico dominio a causa delle notevoli conseguenze che ha prodotto sul territorio con perdite di vite umane e considerevoli danni economici per la collettività.

Il dissesto idrogeologico è problema grave in Italia e nel mondo: nell’ambito dei rischi geologici che caratterizzano il nostro Paese oggi il rischio frana risulta avere un elevatissimo impatto sociale ed economico, secondo solo a quello sismico.

La carenza di informazioni sulla più appropriata utilizzazione del suolo, l’abbandono delle vecchie sistemazioni idraulico-agrarie e idraulico-forestali, l’eccessiva antropizzazione del territorio, l’uso di tecniche agronomiche inadeguate, l’aggravante fenomeno degli incendi boschivi hanno portato ad una notevole intensificazione dei processi erosivi. Ancora una volta si registrano danni e vittime a causa del maltempo; ancora una volta si assiste alla quotidiana opera di disinformazione da parte di giornali e televisioni, che si limitano a descrivere gli eventi, classificandoli come “emergenza maltempo”: una sorta di fatalità imprevedibile che si abbatte sul Paese e provoca delle conseguenze imprevedibili.

I danni alle cose, le vittime umane ed animali, i feriti, i dispersi, i disagi subiti dagli abitanti di intere Città e Regioni nel corso di questi anni hanno due cause precise ed identificabili: il dissesto idrogeologico ed il cambiamento climatico.

Le due cause hanno tuttavia un preciso colpevole: un uso sconsiderato del territorio e delle risorse da parte dell’uomo.

La superficie terrestre, costituita dalle rocce, viene modificata in continuazione da fattori naturali e antropici. Tra i fattori naturali che hanno maggiore influenza troviamo il clima che varia a secondo della quota e della latitudine. Il gelo e il disgelo provocano spaccature; la pioggia trasporta i detriti; pioggia e vento provocano erosione.

Per lunghissimi periodi di tempo le piogge colpirono le montagne facendo precipitare massi, pietre, ciottoli. Le acque che corrono giù dalle montagne si trasformano in fiumi e scavano vallate. Secolo dopo secolo, le rocce si frantumano in parti sempre più piccole, poi in ciottoli e ghiaia che, a sua volta, si sminuzza in minuscoli granelli. Anche i venti, di eccezionale violenza, concorrono a trasformare il volto della terra spostando contro le rocce abbondanti quantità di sabbia che, sfregando contro di esse, le lima.

Anche l’esposizione al sole ha una sua importanza perché provoca dilatazione termica. L’inclinazione dei versanti fa sì che l’acqua porti via in proporzione materiale detritico dalla montagna alla pianura.

A seconda dell’apportoenergetico del sole sono differenti l’escursione termica e l’umidità checondizionano la crescita della vegetazione svolgendo con le sue radici un fondamentaleruolo di trattenimento dei detriti.

Il suolo è infine arricchito dagli animali e dalle piante presenti che producono materiale di decomposizione.

Tra i fattori antropici, primo fra tutti, è il disboscamento che l’uomo pratica per coltivare, adoperando spesso prodotti inquinanti che modificano le proprietà del suolo.

L’uomo interviene anche con opere di ingegneria come la realizzazione di strade, ponti, abitati, trasformando fortemente il terreno.

Le sistemazioni idraulico-forestali di tipo estensivo attuate in passato dal Corpo Forestale dello Stato e dal Genio Civile e non più proponibili per ragioni di elevati costi consentivano di contenere maggiormente la produzione di sedimenti in quota ossia l’erosione diffusa. Oggi tramite l’ingegneria naturalistica (termine odierno che raggruppa insieme la maggior parte degli antichi interventi di sistemazione idraulico-forestale), sulla base di nuove conoscenze derivate dalla ricerca tecnica e biologica si sono potuti migliorare molti vecchi sistemi costruttivi e svilupparne dei nuovi.
L’accresciuta sensibilità dell’opinione pubblica verso i problemi relativi al territorio determina la necessità di definire metodi di intervento a difesa del suolo e del patrimonio naturale che si inseriscano più correttamente nell’ambiente. Ci si auspica che politici e tecnici possano in un prossimo futuro operare in tal senso in un’ottica di maggiore attenzione e tutela del territorio operando con maggiori risorse finanziarie.

Sempre più spesso, tuttavia, è l’uomo artefice o concausa dei fenomeni di dissesto, ma ne è anche la principale vittima, e quindi si impone con urgenza di intraprendere, a tutti i livelli, adeguate azioni di previsione, prevenzione e mitigazione del rischio. Oggi l’estensione delle aree a più elevata criticità idrogeologica del territorio italiano risulta pari al 9.8% del territorio nazionale, il 6.8% coinvolge direttamente zone con beni esposti (centri urbani, infrastrutture, aree produttive, ecc..), strettamente connessi con lo sviluppo economico del Paese.

Più dell’80% dei comuni presenta almeno un’area a rischio elevato di frana o di alluvione; le stime dei danni provocati dal dissesto idrogeologico sono impressionanti, secondo un rapporto Irpi-Cnr solo tra il 1980 e il 2000 sono settantamila le persone coinvolte da alluvioni e frane, oltre 5.6 MLD di euro di soli danni strutturali dovuti all’alluvione del Bacino del Po dell’autunno 2000, 550 MLN di euro stanziati per gli interventi nei 13 Comuni colpiti dalla tragedia di Sarno. L’alluvione che colpì l’Italia nord-occidentale nel Novembre del 1994, produsse in soli 5 giorni danni per 8-13 miliardi di euro. Risulta quindi di fondamentale importanza la conoscenza delle cause e dei meccanismi dei dissesti idrogeologici, sia per prevenirli, per quanto possibile, sia per poter intervenire in modo adeguato quando si manifestano. Nonostante la politica abbia negli ultimi anni capito che la tutela del suolo sia:”l’infrastruttura pubblica prioritaria per lo sviluppo del paese“, non ha fatto seguire a questa analisi un appropriato sistema di salvaguardia, infatti, ogni anno i fondi destinati alle opere di messa in sicurezza del territorio subiscono decisi tagli malgrado ormai almeno una volta all’anno si sia costretti a far ricorso ai fondi della protezione civile per qualche emergenza causata da un dissesto idrogeologico. Fondi che, utilizzati invece per la prevenzione, avrebbero consentito di mettere in sicurezza aree molto più estese, con un miglior rapporto costi/benefici e, magari, evitando la perdita di vite umane”.

Nonostante qualche politico irresponsabile si ostina ad affermare che questi fatti siano causati da non meglio precisati eventi “astronomici”, la grande maggioranza della comunità scientifica è concorde nell’affermare che il cambiamento climatico è generato dall’inquinamento atmosferico (i cosiddetti gas-serra) prodotti da molte attività antropiche (uso di combustibili fossili, allevamenti zootecnici etc.)

A questi eventi atmosferici estremi si aggiunge la cementificazione del territorio, che negli ultimi 50 anni in Italia è cresciuta enormemente, soprattutto a causa della speculazione edilizia favorita dell’incapacità di chi ha amministrato il territorio, diventando un vero e proprio disastro ambientale.

Più edifici e più strade, spesso realizzati in modo disordinato e senza una pianificazione attenta vogliono dire aumentare il rischio che vi siano persone esposte a pericoli idrogeologici; vogliono dire meno suolo libero che possa assorbire l’acqua piovana; vogliono dire meno alberi, quindi meno radici che trattengano il fango; vogliono dire superfici più spianate dove l’acqua scorre più veloce e può fare più danni.

Questa situazione non è nata oggi. Sin  dagli anni ‘60 eventi franosi, inondazioni e alluvioni in Italia si ripetono con frequenza sempre maggiore.

Basti pensare al fatto che sono sufficienti due giorni di pioggia per far sì che torrenti e fiumi esondino ed i laghi arrivino quasi al livello limite. O basta osservare gli ultimi eventi.

Un Paese in queste condizioni necessiterebbe di una seria pianificazione finalizzata al riassesto ambientale, in modo da mettere in sicurezza persone, animali e cose attraverso una seria opera di manutenzione e rinaturalizzazione di ampie zone di territorio.