Paolo Borsellino: misteri senza colpevoli

di Luigi Asero

 

Sono trascorsi venticinque anni, 25 lunghi-cortissimi anni, da quella domenica 19 luglio del ’92, di quell’anno maledetto che ci ha portato via anche Paolo Borsellino.In questi anni si è provato a ragionare, a capire cosa e chi potesse aver voluto quello scempio, quella devastazione di corpi, di anime, di speranze. Ciò che è emerso è soltanto la punta di un iceberg ed è chiaro come sia ben lontana la luce della Verità e che -probabilmente- mai lo sarà. Mai fino in fondo almeno.

Qualcuno ha detto che gli storici, un giorno di fra qualche secolo, chiariranno l’anno delle stragi. Di Capaci, di via D’Amelio, l’anno in cui si intersecarono le inchieste milanesi di Mani Pulite con gli omicidi eccellenti dell’andreottiano Salvo Lima e dell’esattore Salvo. Probabilmente non sarà nemmeno così: gli storici (qualora il futuro conserverà questa professione) si dovranno avvalere di carteggi, documenti, filmati. Ma i “poteri forti”, quelli che hanno voluto quelle stragi (e forse anche il resto) avranno già oggi distrutto tutto ciò che serve a ricostruire quei mesi, quei giorni. Ai posteri rimarrà soltanto ciò che si vorrà rimanga. E noi, fin quando in vita, proveremo almeno a ricordare, a commemorare.

Commemorare“… quanto è brutto questo termine. Commemorare è ormai il segno della sconfitta subìta. Si commemorano troppi eroi, che da vivi hanno costituito un serio problema per quei potentati. Gli stessi che, ogni anno, commemorano. Commemorano come a dire agli altri “come vedete, noi, siamo qui“.

Difficilissimo, se non impossibile, dare chiare chiavi di lettura di quei fatti senza la conoscenza di ciò che accadde prima, nei decenni precedenti, senza la conoscenza del delicato gioco di equilibri che tiene insieme quei potentati (economici, politici, mafiosi).

Una possibile chiave di lettura, ma che non risolve alcuno dei misteri, la fornisce un articolo pubblicato ieri sul quotidiano online La Voce dell’Isola quando il suo direttore (e fondatore) Salvo Barbagallo, a un certo punto, proprio parlando dei 25 anni della strage di via D’Amelio, ci parla del “teorema siciliano“. Leggiamola questa parte.

Il “teorema siciliano” parte dall’ipotesi che in un determinato periodo storico uomini appartenenti a quattro “aggregazioni” di natura diametralmente diversa, Stato (nel senso delle Istituzioni, più propriamente degli uomini che sono il corpo delle Istituzioni, politici compresi), Chiesa (partecipazione di esponenti dell’Alto clero, di strutture finanziarie del Vaticano, di appartenenti all’Opus Dei), Massoneria (in quanti hanno mantenuto e mantengono la loro adesione in forma segreta e occulta) e Mafia, si siano trovati in accordo per raggiungere precisi obiettivi mirati inizialmente agli interessi della collettività (nazionale e internazionale) e poi sfociati in interessi di potere (in senso assoluto). In merito al teorema “Stato, Chiesa, Massoneria, Mafia” quale perno sul quale, ipoteticamente, ruotano gli avvenimenti che hanno costituito le fondamenta dell’edificio della nuova Sicilia autonomistica, e di gran parte della struttura dello Stato italiano, intendiamo ricordare che i tempi e le situazioni in cui gli appartenenti a queste aggregazioni agirono, negli anni presi in esame, erano sicuramente ben diversi dagli attuali: coinvolgevano Paesi diversi e la valenza dei personaggi stessi era ben lontana, a tutti i livelli, da quella dei discendenti che ne hanno assunta l’eredità.

Il teorema enunciato, pertanto e a nostro avviso, può essere solo una chiave di lettura per capire connessioni, altrimenti difficili da individuare, e usato mantenendo la massima cautela nell’esprimere un giudizio di merito per evitare il rischio di cadere nei luoghi comuni che per tanti decenni sono stati spacciati per verità assolute.

Gli elementi del teorema “Stato, Chiesa, Massoneria e Mafia” di quegli anni non sono certo quelli che la pubblicistica – spesso di comodo – nel corso degli anni ha divulgato o tenuto segreti, alimentando, strumentalmente o involontariamente, un’ignoranza sicuramente utile.

Non è azzardato affermare che la Sicilia ha avuto, in qualsiasi tempo, un ruolo importante e sovente determinante non solo nella vita del Paese, ma anche con riferimento allo scenario internazionale. La posizione geografica dell’isola – veramente strategica da un punto di vista degli scambi commerciali e come avamposto militare – ha fatto sì che la Sicilia diventasse crocevia di interessi variegati che hanno costantemente travalicato i confini nazionali, ma che sempre nel territorio regionale hanno trovato la loro ragione d’essere.

È per questi motivi che personaggi siciliani hanno ottenuto e detenuto un potere economico, politico e criminale che è riuscito a condizionare lo sviluppo e il futuro della regione e a provocare particolari scelte d’indirizzo politico sia sul piano nazionale sia nei rapporti internazionali. In poche parole, la Sicilia ha avuto costantemente una sua particolare centralità negli avvenimenti più incisivi della storia italiana, dell’Europa e di alcuni Paesi del Mediterraneo, accentuatasi maggiormente nel corso dell’ultimo secolo.

Centralità che la Sicilia continua a mantenere.

La ricchezza è accentrata nelle mani di una circoscritta classe dominante che rifugge dall’apparire. Questa classe dominante, nel corso degli ultimi settanta anni, ha affinato le sue strategie, creando rapporti imperscrutabili con il mondo finanziario, politico (spesso anche con quello criminale) nazionale e internazionale.

A supporto di tale classe dominante, una serie di sub categorie e di forme di associazionismo trasversali non sempre identificabili.

L’accumulo della ricchezza, l’esercizio del potere quasi mai esercitato in prima persona da chi lo detiene, costituiscono i principali fattori dai quali si snoda il processo di attivazione degli interessi che trovano nel territorio della Sicilia il luogo ideale di sedimentazione e il laboratorio sperimentale per le programmazioni economiche e politiche che vengono proiettate altrove, dove, appunto, convergono gli interessi principali.

È difficoltoso ricomporre il mosaico dei fatti che hanno caratterizzato la vita della Sicilia nel secolo scorso e fino ad oggi, tenuto conto anche che il quadro socio-politico-economico-militare ha avuto continui adattamenti nelle linee strategiche tracciate da coloro che sono stati protagonisti (spesso non noti) dei fatti stessi. Non è possibile andare alla ricerca di fonti documentali; non è possibile attingere a memorie storiche in quanto, ovviamente, gli stessi protagonisti hanno provveduto e provvedono (quelli ancora in vita o i loro successori) a coprire le loro azioni passate. Insufficienti, dunque, i punti di riferimento certi. Essendo, però, identificati i pochi elementi – la ricchezza, il potere – che stanno alla base dei variegati intrecci, si può disegnare la struttura del mosaico, pur se mancano molti tasselli; si può ricostruire il puzzle della storia siciliana strettamente connessa a quella dell’Italia e di diversi Paesi europei ed extraeuropei, almeno con riferimento agli anni dal 1940 in avanti.

Come premessa all’analisi sulla centralità della Sicilia, nella sua storia e nella sua prospettiva, sono i ruoli ricoperti da alcune nazioni (principalmente Gran Bretagna e Stati Uniti d’America) e da uomini appartenenti a istituzioni e a particolari caste, nell’indirizzo che è stato dato, a vario titolo, agli avvenimenti che hanno caratterizzato gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale nell’isola, e che hanno costituito la base della realtà odierna. Ciò che è accaduto, infatti, dal 1940 fino allo sbarco degli Alleati in Sicilia, all’occupazione dell’isola (luglio 1943), fino ai primi anni dell’autonomia, è stato rilevante: ha visto in prima linea personaggi che hanno agito in nome e per conto degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, delle Istituzioni, della mafia, della Massoneria, della Chiesa. È in quegli anni che questi personaggi hanno costruito la ricchezza e il potere che, poi, hanno condizionato nei decenni successivi non solamente il futuro della Sicilia, ma anche molti degli assetti socio-politico-economici dell’Italia, influenzando e, a volte, determinando le strategie di governi nazionali, europei e anche di alcuni Paesi del Mediterraneo.

È un periodo molto complesso e articolato, quello che va dagli Anni Quaranta sino alla conclusione del conflitto mondiale, poiché in quei cinque anni si stabilirono accordi e patti indissolubili (quali i personaggi che agirono? Quale la dimensione e la sostanza dei patti?) che sarebbero dovuti durare cinquant’anni, e che non riguardavano soltanto il futuro della Sicilia, ma anche quello dell’Italia e degli equilibri che si sarebbero dovuti stabilire nello scacchiere del Mediterraneo.

È sufficiente ricordare che la Sicilia fu liberata nel luglio del 1943, quando le sorti della guerra non erano ancora certe; che l’Italia concluse la vicenda bellica nell’estate del 1945 e divenne Repubblica nel 1946 per potere capire quali enormi interessi furono giocati in Sicilia proprio in quella manciata di anni.

Comprensibile, da parte di chi condusse gli eventi, la necessità di cancellare ogni traccia del proprio operato. Comprensibile, soprattutto, la necessità di fare in modo che fosse soppressa, a tutti i livelli, la memoria storica.

I fatti sono appena sufficienti a delineare il quadro nel suo insieme: c’è da sperare che, nel tempo, possano raccogliersi elementi utili a ricomporre il mosaico nella sua, possibile, completezza.

Chiesa, Massoneria, Mafia. L’associazionismo è stato costantemente un fattore determinante nella vita della Sicilia, costituendo, nelle varie forme in cui si è manifestato, elemento fondamentale di sopravvivenza, di mutuo soccorso, di autodifesa, di distinzione di classe. L’associazionismo, dunque, forte legame fra quanti accettano un vincolo reciproco basato su specifici interessi. Quali che fossero. L’associazionismo segreto, o riservato, o discriminatorio ha avuto modo di radicarsi sia nella struttura sociale delle classi dominanti, sia nei ceti medi o nei ceti meno abbienti che hanno cercato formule di aggregazione imitative, o in opposizione.

Le radici della Massoneria in Sicilia si perdono nel tempo e sicuramente possono considerarsi antecedenti alla stessa Cristianità, se si tengono nel debito conto le trasformazioni che la Chiesa si vide costretta a operare (feste dedicate a Santi) per fare fronte alle cosiddette ritualità pagane, con l’obiettivo di non perdere i favori e il seguito popolari e di acquisire fedeli sotto l’ombrello della religione. Radici che vanno ricercate negli antichi riti trasmessi dai vicini Paesi del Mediterraneo.

Nell’Ottocento la Massoneria diventava espressione di una classe che intendeva mantenere il segreto delle proprie attività, così come i Liberi Muratori europei rimanevano padroni dei “misteri”, si trasformava facilmente in associazione segreta che si contrapponeva al potere dominante, trasformandosi ulteriormente, a sua volta, in potere.

Dall’altra parte, l’Onorata Società, nata dall’esigenza di coprire il vuoto lasciato dallo Stato, si manifestava come espressione di equilibrio e di giustizia in una società dove, appunto, lo Stato non esercitava la sua funzione, finendo con assimilare il sistema strutturale-organizzativo della Massoneria quale società segreta.

Storicamente, ai primi dell’Ottocento, l’area di formazione del modello dell’Onorata Società era su base settaria, così come lo era la Massoneria; nel secondo Ottocento l’Onorata Società al settarismo aggiungeva il mutuo soccorso, così come avveniva nella Massoneria. Onorata Società e Massoneria trovavano, pertanto, momenti di incontro, momenti di alleanza. I territori dove questo reciproco travaso è stato più accentuato (e in diverse istanze territoriali esiste ancora) a Trapani, Palermo, Caltanissetta, Enna.

La trasformazione dell’Onorata Società in mafia-soggetto di arricchimento economico con metodi violenti e di sopraffazione non poteva non influire sui continui adattamenti del modo d’essere della Massoneria nei territori della Sicilia occidentale.

La mafia diventa, così, una ramificata associazione a fini criminali, riferendosi al sistema piramidale tipico della Massoneria. La mafia, insomma, prende a mutuare i propri modelli in maniera funzionale agli obiettivi che intende raggiungere, adattandosi al mutare dei tempi e dei luoghi con tutta una serie di caratterizzazioni culturali specifiche degli uomini al comando che ne costituiscono il vertice, e della qualità degli

uomini e dei mezzi che ha a disposizione. La mafia è, a questo punto, un’organizzazione criminale, che si avvale nel tempo di rapporti con ogni tipo di potere (pubblico, economico, sociale) per svolgere le proprie attività.

La Massoneria della Sicilia occidentale, presa a modello dall’Onorata Società, in vari comparti, subisce la trasformazione in mafia, organizzazione di sfruttamento che sta al passo con i tempi.

In questo quadro nessuno può escludere (come hanno dimostrato gli scandali dell’ultimo trentennio) che in determinati momenti personalità del mondo politico o imprenditoriale con “origini” massoniche, possono essere state (o sono) organiche all’interno di operazioni di natura squisitamente mafiosa. Ciò si è verificato quando tra la Mafia e potere politico-economicomassonico si è avuta (e si può avere) una sostanziale coincidenza di finalità riguardanti, soprattutto, la gestione d’interessi comuni.

Da tenere nel giusto conto che gli elementi alla base della progressiva integrazione tra spezzoni deviati di Massoneria e mafia, a volte sotto la compiacente copertura quantomeno di una “parte” della Chiesa, hanno avuto ragioni specifiche proprio negli anni del secondo conflitto mondiale, con una forte accelerazione nel periodo antecedente allo sbarco alleato in Sicilia, per consolidarsi alla fine della guerra e articolarsi in precisi patteggiamenti, sfociati ufficialmente nel compromesso della concessione alla Sicilia dello Statuto Speciale Autonomistico, ma che possono benissimo sottintendere altri tipi di accordi.

Estate 1943 Sicilia liberata, 1945 fine della guerra. L’amministrazione della Sicilia “liberata”, da parte degli alleati anglo statunitensi, nasce come frutto di una mediazione del contrasto tra la Gran Bretagna (che vuol governare da sola la Sicilia per porre un’opzione sulla futura egemonia nel bacino del Mediterraneo) e gli Stati Uniti (il cui governo riceveva pressioni dall’importante componente italo-americana) che premevano per una gestione diretta e completa dell’Isola, consapevoli che l’occupazione dell’Italia avrebbe presentato difficoltà e che la conclusione del conflitto ancora era lontana.

Un compromesso non facile, che comunque è raggiunto, con la sottoscrizione di patti della durata cinquantennale: “x” numero di ministeri in ogni governo nazionale a personaggi siciliani; “x” provvidenze per la Sicilia programmati nella “canalizzazione”, Sicilia che deve restare – in ogni modo – regione non industrializzata, ma regione “consumatrice” di prodotti del nord; “x” privilegi per la classe dominante in Sicilia; eccetera.

I sottoscrittori di tali patti oggi sono scomparsi per morte naturale (oppure no), e ciò che è stato detto può essere considerato una vera “legenda metropolitana”.

La Sicilia ha ottenuto uno Statuto Autonomistico Speciale ancor prima della Costituzione italiana: uno Statuto che non è mai stato applicato, e che avrebbe potuto cambiare le sorti dell’Isola. Non è superfluo chiedere il perché della mancata applicazione di uno Statuto simile.

Un intreccio dunque fra Stato, massoneria, Chiesa e mafia? Perché no? Questo spiegherebbe l’interesse di tutte le parti in campo a depistare, a fuorviare, a spostare l’interesse su altro.

Prima delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, i meno giovani ricorderanno che ci fu il “corvo” di Palermo, qualcuno (mai realmente individuato) che lanciava pericolosi messaggi contro i magistrati impegnati nella lotta alla mafia e al potere economico-mafioso. Quel qualcuno agiva comunque dall’interno del Palazzo di Giustizia palermitano, lo stesso palazzo dentro cui Falcone e Borsellino si dicevano le cose più importanti nascondendosi da chiunque, colleghi compresi, chiudendosi all’interno di un ascensore appositamente bloccato.

Troppi segnali oggi fanno ritenere che quella mafia (che solo mafia non è) si stia riprendendo ciò che ritiene suo: il potere. Dai danneggiamenti di opere in memoria ad altri inquietanti segnali. Oggi non ci sono più i Falcone e i Borsellino, come non ci sono più i Saetta e i Livatino, o i vari capitano Basile o commissario Cassarà.

Oggi si commemora Paolo Borsellino, dilaniato quel giorno insieme a Emanuela Loi, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli.

Quelli, loro, ci saranno. In mezzo la gente a ribadire “noi siamo ancora qui”. Saranno in giacca e cravatta. Saranno quelli o i nuovi che li rappresentano. Forse tra messaggerie e scambi di sguardi tratteranno nuovi lucrosi affari, ancor più adesso che centinaia di milioni di euro si stanno spendendo in questa terra martoriata. Loro saranno lì, con la loro falsità e ipocrisia.
Idealmente (qualcuno di presenza) ci sarà comunque. Con i nostri ideali, con quelle idee che all’epoca promettemmo “cammineranno sulle nostre gambe”.

Luigi Asero

Appassionato di informazione scrivo per passione su diverse testate. Sempre alla ricerca della verità.