Lo Stato di dignità: Riina può essere scarcerato?

di Luigi Asero

 

È la discussione che tiene banco in questi giorni: la Corte di Cassazione ammette la possibilità che Totò Riina, boss indiscusso di Cosa Nostra siciliana, corleonese erede di Luciano Liggio, condannato a ben 19 ergastoli con nota “fine pena mai”, possa essere ammesso agli arresti domiciliari al fine di garantire una “fine dignitosa”. È veramente così?La questione è più complessa e, sebbene alcune testate d’informazione hanno presentato addirittura come imminente il beneficio -a detta loro- concesso, sembra invece ben più distante l’eventualità che ciò accada.

Innanzitutto per decifrare un pronunciamento di tal portata le carte (processuali) andrebbero lette tutte. E bene. Non è questo che la Suprema Corte ha stabilito. La Suprema Corte era chiamata a decidere sul ricorso presentato da uno dei legali dell’86 enne boss contro il respingimento dell’istanza presentata al Tribunale di Sorveglianza di Bologna. A dire del legale il Tribunale avrebbe motivato con varie incongruenze il rigetto dell’istanza e contro queste incongruenze si è appellato alla Suprema Corte il ricorrente.

La Cassazione ha così rinviato allo stesso Tribunale di Bologna (competente territorialmente in quanto il Riina è recluso a Parma, in una struttura sanitaria convenzionata in regime di 41 bis). In sintesi la Cassazione, così traspare dalle evidenze documentali, chiede al Tribunale di integrare le motivazioni del rigetto tenendo conto del “rispetto del diritto ad una morte dignitosa che andrebbe accordato a qualsiasi detenuto“. La Cassazione chiede quindi che si valuti attentamente lo stato di salute effettivo del paziente e si adottino quelle misure ritenute più idonee rispetto alle condizioni di salute del paziente detenuto. Un principio che ribadisce quanto dovrebbe già essere in vigore per ogni detenuto in precarie condizioni di salute. Da qui alla scarcerazione di Totò Riina strada ne passa però. Intanto perché andrebbe chiarito in maniera inequivocabile come lo stato di salute sia assolutamente incompatibile con il regime carcerario, poi perché appunto la Cassazione non afferma un errore nel rigetto dell’istanza, ma chiede che sia motivato il rigetto senza lasciare ombra di dubbio alcuno.

Fatta questa premessa, per una questione assolutamente oggettiva, bisogna però poi valutare il soggetto in questione. E non, come sostengono certi “puristi” del garantismo, per fare dello Stato uno strumento di vendetta ma perché la detenzione può avere soltanto due effetti: preventivo (impedire il compimento di nuovi reati) e rieducativo (ossia far in modo che il soggetto possa riabilitarsi per rientrare nella società civile come persona “nuova”).

Il secondo effetto, quello “rieducativo” appare -nei confronti di un soggetto come Totò Riina puramente filosofico. Intanto perché il suo spessore criminale non dà spazio alcuno a fantasie di alcun genere, men che meno in Italia dove la funzione rieducativa, per una cronica carenza (o volontà politica), non si riesce a esercitarla spesso nemmeno sui ragazzini ai primi reati. Figuriamoci in un soggetto di 86 anni che mai si è pentito di delitti efferati e crudeli.

Si potrebbe allora parlare di prevenzione, ritenendo che il detenuto Riina Salvatore non voglia più soffrire nelle “patrie galere”. Ma anche qui dobbiamo far i conti con la non più giovane età e l’assoluta mancanza di un qualsiasi anche frammentario indizio di pentimento. Anzi, a detta dell’attuale Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti, si può ritenere che a tutt’oggi, dal carcere, egli sia ancora il “capo indiscusso” di Cosa Nostra.

Inoltre negli ergastoli comminati al Riina si legge la nota “fine pena mai”. Cosa ne pensano a questo punto i “puristi del diritto” rispetto alla necessità della “certezza del diritto”? Bisogna specificare inoltre, a quanti pensano che le condizioni di salute precarie non consentono la permanenza in cella, che già da tempo Totò “u curtu” non sconta la sua pena in carcere, ma in una clinica privata convenzionata. Sorvegliato, in una camera adibita a regime di 41 bis. Quindi è assolutamente curato rispetto alla patologia invalidante. Patologia di origine nefrologica peraltro.

Tanto “rispetto” non è stato dato nemmeno a Bernardo Provenzano che malgrado soffrisse di una patologia neuro-degenerativa che lo aveva portato a non ricordare più nulla è stato fatto morire in carcere. Difficile appare quindi che si faccia uno “strappo” per il capo dei corleonesi.

Prima di concludere vorremmo riportare qui uno stralcio dei verbali di interrogatorio di Enzo Chiodo, uno dei killer del piccolo Giuseppe Di Matteo (Atti del processo – udienza del 28 luglio 1998). Leggetele bene, dategli l’intonazione giusta. Vorremmo non fossero mai state pronunciate, ma se difendete la “morte dignitosa” della belva demoniaca in oggetto allora quelle parole non le starete leggendo, ma le starete pronunciando con loro, con i demoni mafiosi:

“Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho butttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ .

(…)

Il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi.

(…)

Io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra.

(…)

Io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire”.

L’ordine di ammazzare il piccolo Giuseppe, 14 anni al momento della morte, sequestrato per oltre due anni, venne proprio da Totò Riina. Come una serie di stragi e omicidi, da Dalla Chiesa a Borsellino, da Falcone alla strage dei Georgofili.

Oggi Riina sta male, di lui parla il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri. Dice testualmente: “Non dimentichiamo che il 41bis è stato istituito per evitare che i capimafia mandino segnali di morte verso l’esterno. È ora di finirla con l’ipocrisia di chi sale sui palchi a commemorare Falcone e Borsellino e poi fa discorsi caritatevoli: un boss come Riina comanda anche solo con gli occhi“.

Non si tratta di giustizialismo, ma semplicemente di non lasciare che i suoi “occhi” vedano oltre il 41 bis.

Luigi Asero

Appassionato di informazione scrivo per passione su diverse testate. Sempre alla ricerca della verità.