Falcone, 25 anni dopo Capaci: cosa commemorate falsi farisei?

Resti in mostra Quarto Savona 15

Resti in mostra Quarto Savona 15

di Luigi Asero

 

Prima di commemorare la strage di Capaci guardate bene la fotografia principale: è la “Quarto Savona 15” o ciò che ne resta. Era la prima Croma blindata del corteo saltato in aria a Capaci quel maledetto 23 maggio. A bordo, poi sparpagliati a pezzi nei campi c’erano Vito, Rocco, Antonio. Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.Chiudete gli occhi e pensate quei pochi secondi, infiniti secondi, per chi era là dentro. Pochi secondi di diabolica, lucida follia.

Poi pensate a Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, loro sedevano davanti in quest’altra Croma “blindata”. Il giudice Falcone a volte aveva piacere di guidare lui, voleva provare una piccola ebbrezza di libertà: poter almeno guidare. Ecco, Giovanni e Francesca erano insieme, sui due sedili anteriori di questa Croma bianca, blindata.

Pensarci a caldo, 25 anni fa, era impossibile, le lacrime occludevano qualsiasi altro pensiero. Per tutti era così. Tranne che per esecutori e mandanti. I loro pensieri erano occlusi dalle risate, dal “botto”, da quello che definirono “l’attentatuni”.

Loro ancora ridono, qualcuno meno ora che forse ha compreso di esser stato usato come “mandante” e ora buttato in un angolo di 41 bis, senza poter raccontare la verità, senza poter parlare dei veri mandanti occulti. Magari non mandanti materiali, ma certamente mandanti morali.

Mandanti morali che poi ogni anno, ogni Santo anno da 25 anni a questa parte stanno lì a commemorare, a portare corone, a inventarsi “premi antimafia”, a coprire nuove super-latitanze, a ordire ogni tipo di traffico. Dai classici fatti di mazzette e sangue a quelli di esseri umani e sostanze di ogni genere.

Chi sono questi mandanti morali? Innanzitutto quelli che si defilarono rispetto al compito di  agire tutti insieme contro il fenomeno mafioso. Giudici pavidi, ma anche corrotti. Inquirenti, politici, imprenditori. Persone che magari non hanno chiesto la morte di Falcone e Borsellino, ma che nell’atteggiamento preso hanno dato spazio a dubbi e incertezze. “Filosofi” del diritto e della teoria, giudici con aspirazioni di carriera ma senza voglia di rischiare la vita. Perché la scorta è bella, è “status symbol”, ma non per tutti deve essere una trappola mortale. Tanti, troppi, oggi come allora.

Falcone e Borsellino (ucciso 56 giorni dopo) hanno cercato di essere -da soli- argine a un fiume immane che si preparava. Perché la storia non la decifri subito. Subito pensi ai “boss”, a quegli smidollati senza palle che si fanno spazio a raffiche di mitra e che pensano di avere “potere” perché temuti. E non sanno che il vero “potere”, quello morale lo si ha solo se si è amati. Loro che passano gli anni a sfuggire alle catture, ai processi, ai regolamenti di conti fra belve assetate di sangue non incutono autorevolezza, ma solo terrore.

Invece 25 anni dopo, a menti più lucide, si capisce che quella era la preparazione alla svolta italiana. Al “nuovo” che avanzava. A una classe politico-imprenditoriale-finanziaria che doveva sbaragliare gli argini perché non gli bastavano gli ampi spazi già lasciati dalla legge italiana. Volevano di più, volevano tutto.

Il 1992 fu un anno tragicamente importante. L’anno di Mani Pulite, l’anno in cui si doveva combattere la corruzione che invece seppe autotutelarsi creando nuovi e più profondi meccanismi tali da divorare quasi interamente l’economia di un Paese intero.

Si commemora la morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E poi di Paolo Borsellino e dei suoi “Angeli” della QS-21. Molti a Palermo come a Roma o in altri luoghi, temiamo non saranno a commemorare, ma a festeggiare. Mentre il popolo ha quasi dimenticato e per i bimbi, le future generazioni, sarà solo un’altra “ballata”.

Sono morti invano allora? No, non sono morti invano. Non fin quando ci saremo persone desiderose di portare avanti le loro idee. Ma siamo sempre meno, tutti divisi tra mille interessi differenti. E la sensazione di dover ripetere le parole di Antonino Caponnetto il 19 luglio è forte: “È finito tutto. Tutto”…

Questo slideshow richiede JavaScript.

Leggi anche

Luigi Asero

Appassionato di informazione scrivo per passione su diverse testate. Sempre alla ricerca della verità.