I primi passi fallimentari del Job Act: licenziati a gogò!

di Luigi Asero

 

I dati comunicati dall’INPS sono da “crac”: il Job Act scricchiola e si sentono i primi temuti effetti derivanti dalla “decontribuzione” (cioè dalla fine dei bonus governativi), a certificarlo non sono le forze politiche d’opposizione ma l’INPS.In numeri, anzi numeroni, sono impietosi: in due anni oltre 11 mila licenziamenti in più (da 35 a 46 mila), un’impennata del 31%, dati possibili soltanto “grazie” al nuovo job act che ha cancellato l’ormai ex articolo 18. I licenziamenti sono infatti in gran parte “per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo”. A contro certificarlo il fatto che la vera impennata di licenziamenti non è dell’ultimo biennio ma concentrata negli ultimi 12 mesi, da quando cioè è entrato in vigore il Job Act le cui norme sono applicabili soltanto ai nuovi assunti.

Così quella spinta per il lavoro sembra essere già vanificata mentre si stabilizza la precarietà, il posto fisso è una chimera e tutte quelle piccole conquiste di anni di lotte sindacali sembrano già un ricordo di qualcosa che fu.

Così con i dati ampiamente alterati che danno per “lavoratore” anche l’individuo che fa un solo giorno di lavoro in un mese la disoccupazione resta al livello dell’11,4% con punte altissime nel meridione d’Italia e fra i giovani e giovanissimi. Cresce ancora l’uso dei voucher, ma questo dimostra solo che troppi imprenditori fanno “i furbi” e che i controlli promessi sono quasi inesistenti. Così tantissimi lavorano, in nero. Con il placet dello Stato che fa comunque il suo incasso giornaliero a fronte, praticamente, del nulla.

Dall’INPS stessa spiegano perché: “Come già segnalato nell’ambito dei precedenti aggiornamenti dell’Osservatorio, il calo va considerato in relazione al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015, anno in cui dette assunzioni potevano beneficiare dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni”. Fino allo scorso anno, infatti, i datori di lavoro potevano beneficiare di uno sconto fiscale di 24mila euro in tre anni per ogni neoassunti: dal 2016 lo sconto è sceso a 3.250 euro l’anno.

In sintesi: Aumentano i licenziamenti e rallentano le nuove assunzioni, che nei mesi da gennaio ad agosto sono scese di ben l’8,5%. Un po’ perché saranno anche diminuiti i bonus, un po’ perché “qualcuno” sostiene che l’Italia è in crescita. Infatti le aziende licenziano e non assumono. Chiara conseguenza della “crescita”. Nulla da aggiungere.

Luigi Asero

Appassionato di informazione scrivo per passione su diverse testate. Sempre alla ricerca della verità.