Michela Noli, il femminicidio che si poteva evitare

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di Luigi Asero

Mattia Di Teodoro, 33 anni e Michela Noli, 31 anni. Le loro vite si erano intrecciate alcuni anni fa fino a decidere di sposarsi. E poco più di due anni fa si erano sposati, ma qualcosa -come sempre più spesso accade- nel loro matrimonio non è andata bene e Michela decide di separarsi, di riprendersi la sua vita. Michela ha un lavoro, è hostess di terra all’aeroporto di Firenze Peretola. Prova a rifarsi una vita, rientra a casa dai genitori e intreccia una nuova relazione. Mattia invece è ormai ossessionato. Riesce a seguirne tutti gli spostamenti nascondendo dentro l’auto dell’ormai ex moglie un collare per cani munito di sensore gps. Poi domenica la decisione finale: la uccide e si uccide. Ordinaria tragedia di un mondo in cui non esistono più Valori, di un mondo in cui la vita umana non vale più nulla. In cui le ossessioni non sono riconosciute e non vengono curate. Sarebbe “semplice cronaca” questa. Ma non esiste cronaca che non porti a fare delle riflessioni, non esiste barbarie che non si possa fermare se solo si imparasse a riconoscerne per tempo i tragici segnali della sua evoluzione.

Due cose colpiscono di questa vicenda. Mattia era un uomo mite, lavoratore, impiegato nella tipografia di famiglia. Nessuno avrebbe potuto pensare che sarebbe arrivato a compiere ciò che annunciava da giorni. Ed ecco, questa è la seconda cosa che colpisce: l’uomo mite era impazzito, aveva deciso di tirar fuori tutta la bestialità che l’essere umano può nascondere dentro di sé negli sconosciuti meandri dell’essere umano. E lo aveva annunciato a un amico. Vari messaggi tramite Whattsapp in cui chiedeva consigli su come uccidere Michela con una sola coltellata, su come uccidersi lui subito dopo.

Messaggi che evidentemente non sono stati presi sul serio, messaggi cui l’amico avrebbe risposto con un tono di rimprovero, ma dai quali non avrebbe compreso -l’amico in questione- la gravità dei fatti, la effettiva pericolosità di quell’uomo fino a quel momento considerato mite.

Tanto mite che Michela accetta di incontrarlo affinché lui le restituisse una valigia contenente alcuni effetti personali rimasti nell’ormai ex casa comune. Michela accetta e in serata, domenica, in via dell’Isolotto lui la colpisce. Michela prova a difendersi e le coltellate non sono più una, come l’uomo sperava, ma tante, tantissime. Un lago di sangue è ciò che trovano gli inquirenti.

A lanciare l’allarme alla Polizia è stato proprio quell’amico. Quando alle 21.27 riceve un ultimo messaggio: “L’ho ammazzata, addio“, la sala operativa del 113 cerca di rintracciare i telefoni dei due, Michela purtroppo aveva lasciato a casa il suo cellulare. Intorno alle 23 il tragico epilogo: i due cadaveri, la Scientifica, la “scena del crimine”.

Un terzo aspetto della vicenda colpisce. Il Corriere della Sera (ed. di Firenze) riferisce:

Eppure, forse, la trentenne qualche avvisaglia di pericolo l’aveva avuta.

Qualche giorno fa, dopo i numerosi messaggi e le chiamate insistenti, sembra avesse detto ad alcune colleghe che aveva paura, che stava pensando di denunciare l’ex marito per stalking. Un proposito che non aveva ancora realizzato.

Perché Michela quella sera ha deciso di andar a incontrare Mattia e addirittura lasciare il suo telefono a casa, rassicurando la mamma che “esco per cinque minuti, vado a prendere delle cose da Mattia, non mi porto nemmeno il cellulare”?

E perché dopo un messaggio di questo genere: “L’aspetto, la riempio di pugnalate al cuore e poi mi pianto il coltello in gola” inviato all’amico la mattina di domenica, l’amico che lo ha ricevuto non ha ritenuto opportuno avvisare le forze dell’ordine ma solo invitarlo a smetterla, a non “dire cazzate”?

No, non ci sono misteri in questa triste storia, in questo nuovo tragico epilogo di un amore che non c’è, in questo ennesimo femminicidio.

O forse un mistero c’è: perché ancora non si comprende che il seme della follia può attecchire in qualsiasi mente e ogni segnale non va mai sottovalutato?