La morte di Luca Varani e la brutalità di questo millennio

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di Luigi Asero

Non c’è, non può esserci, semplice “cronaca” dietro il brutale omicidio del ventitreenne Luca Varani avvenuto pochi giorni fa a Roma. C’è più. molto di più. Ci sono tante e tali considerazioni da fare, che a occuparcene quasi ci sembra di sminuire la sua orrenda morte. Però, dopo averci pensato un po’ abbiamo ritenuto doveroso farle invece. Perché se la morte è un fatto inevitabile per ognuno di noi è anche vero che ci sono delle morti che un senso proprio non ce l’hanno. Tranne che a queste morti diamo un significato diverso e ne traiamo spunto per delle riflessioni che non dovremo però poi archiviare tout court in attesa del prossimo caso mediatico, della prossima morte assurda per mano di esseri che -per il nostro modo di pensare- non possono che essere “mostri”.

Così queste considerazioni riteniamo infine opportuno farle, senza speculare sul “gossip” di questa tragedia e senza voler cercarvi i particolari più macabri.

In questo caso abbiamo una serie di personaggi, protagonisti e co-protagonisti di una cronaca che non è nera, ma senza alcun tono. Non ha colore, non ha luce, non ha nemmeno la negazione della luce (che è appunto il nero), ha soltanto l’abisso dentro. E in questo abisso, pian piano, sembra stiamo sprofondando tutti senza nemmeno renderci conto. Ma questo aspetto lo vedremo alla fine.

Intanto i personaggi in “scena”. Qui ne abbiamo tre in prima istanza: la vittima e i due assassini. Da un lato il 23 enne Luca Varani attirato in una trappola mortale da due “amici”, reo soltanto d’aver risposto a un sms e averli raggiunti a casa di uno di questi. Dall’altro abbiamo due giovani della “Roma bene”, Manuel Foffo e Marc Prato.

I tre mostri del Circeo descritti in un quotidiano dellepoca

I tre mostri del Circeo descritti in un quotidiano dellepoca

Già la cosa ci ricorda un altro tragico episodio romano, del 1975, il “delitto del Circeo” quando due ragazze furono attirate in una trappola per certi versi simile e massacrate. Una riuscì a fingersi morta, morì poco tempo fa dopo una vita trascorsa nel più buio dei ricordi, quelli che non ti faranno mai più dormire tranquillo. Anzi, forse non ti faranno mai più dormire e basta.

Torniamo al caso specifico. I due iniziano a drogarsi, spendono in un giorno qualcosa come 1.800 euro per acquistare cocaina, con quella cocaina (assunta insieme ad alcool e psicofarmaci) tolgono ogni freno inibitorio a un desiderio latente che già era in loro: far del male, uccidere torturandolo, qualcuno. Non una vittima specifica, non per forza Luca, ma un qualsiasi essere umano che sarebbe stato attratto dal loro tranello mortale.

Infatti proprio dalle loro dichiarazioni rese al magistrato si apprende che la sera prima avessero girato in macchina per le vie della Capitale in cerca di una possibile vittima che non trovarono semplicemente perché “c’era troppa gente o troppa luce o nessuno da solo”. Inoltre pur di trovare la loro “vittima sacrificale” quella sera di sms come quello inviato a Luca ne mandarono ben 23, il testo recita: “Vieni, c’è anche un trans”. Ventidue ragazzi non accettarono l’invito, perché stanchi, perché già impegnati con altri amici, semplicemente perché non attratti dalla prospettiva della serata. Luca accettò, forse allettato dalla promessa di 120 € in cambio del rapporto omosessuale. Luca però era un ragazzo eterosessuale e appare “strana” questa versione fornita dai due assassini. Comunque sia quella sera andò a casa loro. Firmando la sua morte.

Ora i due assassini dicono di voler collaborare, anzi sarebbero in preda al rimorso, uno al momento dell’arresto è stato salvato dai Carabinieri perché aveva provato il suicidio ingerendo una forte dose di barbiturici. (Realtà? Messinscena? Nessuno può dirlo con certezza…).

Motivazioni a un delitto del genere non si riesce a trovarne, ma nella lettera che Marc Prato ha scritto prima di tentare il suicidio parlerebbe del suo desiderio di voler operarsi per cambiare sesso, per diventare donna. Una frustrazione probabilmente malcelata, tanto che sarebbe stata fonte di accesi scontri in famiglia. Una frustrazione che forse lo ha indotto al desiderio di “voler far male”, uccidere qualcuno. Trovare un capro espiatorio delle sue colpe. Manuel Foffo è più preciso, specifica il suo desiderio: “Ho sempre desiderato fare del male a qualcuno”. Aveva già pensato di voler uccidere, provare l’ebbrezza del sangue, della sofferenza inferta. Finora non era mai accaduto (a quanto possiamo saperne noi…), ora, sabato sera, è accaduto. Lo ha visto infliggendo indicibili sofferenze sul corpo di Luca.

La Stampa racconta che già un mese fa il 29enne gay Marc Prato, laureato in scienze politiche alla Luiss, un master a Parigi, e pr nelle discoteche omosessuali della Roma che conta, si era rinchiuso nel suo appartamento di piazza Bologna con un trentenne per sniffare coca. L’amico di Prato viene preso a calci e pugni. Solo l’intervento della madre lo salva. La donna, infatti, preoccupata per la sparizione del figlio, dopo un giro di chiamate agli amici, si rivolge ai Carabinieri, che bussano alla porta di Prato: l’unico a non aver risposto al telefono. La vittima sporge denuncia per lesioni personali, ma inspiegabilmente la ritira.

Torniamo alla sera del delitto. Luca Varani risponde all’invito e si reca a casa dei due, Foffo racconta al pm che quando “è entrato in casa, ci siamo guardati negli occhi ed è scattato un clic: era lui la persona giusta da uccidere“. Fanno in modo che si senta a proprio agio e gli offrono da bere, Luca non sa che quel bicchiere non contiene soltanto alcolici ma anche droga, “per stordirlo”. Poi la richiesta di fare una doccia “Ti vogliamo pulito, fatti una doccia”, Luca pensando a un fatto di igiene prima di un rapporto obbedisce, quando esce dalla doccia inizia -ufficialmente per lui- l’incubo: “Abbiamo deciso di ucciderti”, lo immobilizzano e con un taglio alla gola gli recidono le corde vocali. Luca non urlerà, morirà dopo un’infinità di sevizie con un’ultima pugnalata inferta al cuore. Il pugnale sarà poi tolto dal medico legale al momento del ritrovamento del cadavere, un giorno e mezzo dopo.

Il rapporto fra i due aguzzini non è nemmeno di “amicizia”, c’è molto “di più” e di molto peggio. Manuel Foffo e Marc Prato si conobbero in occasione del veglione di Capodanno. Anche in quel caso un “festino” a base di sesso, droga e alcool. Marc fa del sesso orale a Manuel, filmando tutto di nascosto. Manuel, 30 enne fuoricorso al corso di laurea in giurisprudenza era “infastidito” per quel video. Lui, Manuel, sostiene infatti di essere eterosessuale e temeva di essere danneggiato da questo video.

L’abisso di cui parliamo non termina qui. Poi c’è l’abisso mediatico. Porta a Porta invita il padre di Manuel, Vespa ritiene opportuno intervistare i genitori di uno dei due assassini. I quali ci tengono a sottolineare la bontà del loro figliolo: “Mio figlio studiava e aiutava noi al lavoro. Queste sono disgrazie che possono succedere a chiunque. Mio miglio non è un mostro”, oltre le parole della madre (che sconosce il sognificato del termine “disgrazia” riferibile per esempio a un incidente stradale per un guasto ai freni) ci tocca sentire anche la minaccia del padre, Valter Foffo: “In queste ore sto leggendo insulti e offese indecorose nei confronti della nostra famiglia. Non mi risulta che mio figlio si drogasse da 10 anni. Anzi, mio figlio è sempre stato un ragazzo modello, studioso e sempre disponibile verso gli altri. Denuncerò chi chiunque offenda la sua e la nostra reputazione“.

Ora… passi che come si dice “Ogni scarrafone è bello a mamma soja” ma cari signori Foffo. Non ci uniamo a quanti possono dire che avete fallito, che dovreste uccidere vostro figlio e via di seguito. Ma non provate nemmeno a raccontare che il modello di figlio è uno come il vostro Manuel. O come Marc. Forse non lo era nemmeno Luca e forse nessuno è un “modello”. Ma certo non lo è il vostro Manuel.

Poi potremmo parlare del gossip più becero, del flirt avuto da uno dei due “bravi ragazzi” con Flavia Vento o delle notti brave romane… ma finirebbe il senso di questa storia. Andremmo dritti verso quella morbosità che il grande pubblico cerca per un attimo di “sacro terrore altrui”. Quella morbosità che ci addomestica a ogni atrocità. Alle decapitazioni dell’Isis come alle vittime squagliate nell’acido dalla mafia.
Entreremmo dritti cioè nell’abisso dell’Indifferenza. Quell’abisso nel quale, come accennato all’inizio, sembra stia sprofondando l’Umanità del Terzo Millennio.