Il pilota che da bimbo voleva morire

viNon ho teorie complottiste da avvalorare sul disastro aereo di qualche giorno fa, altresì immenso disgusto per la nostra epoca che si nutre di dolore, che fa intrattenimento di tanta sofferenza, che indaga sui visi delle persone con telecamere sempre più avanzate, capaci di scorgere i pori della pelle, l’imperfezione che il dolore di solito disegna sui volti provati, sfiniti di chi forse vorrebbe solo poter piangere in pace.
Un disgusto immenso per il declino della professione del giornalista – quella dimenticata – che a volte registra i fatti solo nel titolo, e scrive baggianate nei testi, affermando tutto e il contrario di tutto, lasciando intendere che un seguito lo scriverà, come fosse una delle infinite telenovele, che per anni hanno offuscato o cullato i sogni di intere generazioni.
E così, come vuole il nuovo trend, dopo la prima puntata fatta di mille domande, seguiranno le mille risposte, una al giorno, proprio come le puntate di un polpettone televisivo, che lasciano lo spettatore strozzato dall’ansia di ciò che verrà. Ipotesi malore – guasto tecnico – incidente per cause climatiche – terrorismo.
Non c’è voluto molto per fare esclamativo quel primo punto interrogativo: strillano i giornali del ritrovamento della scatola nera. La registrazione inequivocabile del comandante che urlava, prendeva a spallate la porta blindata – pur sapendo che non sarebbe mai riuscito ad aprirla, che disperato prende una scure e batte, batte, batte.
Non bastava la descrizione romanzata di un accadimento terrificante, bisognava mostrarlo a chi dopo il titolo dell’articolo ha bisogno di vedere le figure – perché troppo impegnato non può perdere tempo a leggere, e allora ci si affida alla ricostruzione filmata in 3D. Ma il giornalista ha un dubbio: “I lettori avranno capito?” meglio quindi affidarsi ad un tutorial sul funzionamento delle nuove procedure di sicurezza sulla chiusura della cabina di pilotaggio. Il filmato è di qualche ente autorizzato (io non lo ricordo) destinato ai piloti e quindi, fa notare un commentatore, incomprensibile. (In inglese)
andreas-lubit-germanwings-co-pilotNon era un guasto, e poi il tempo era bello, o non particolarmente perturbato, il pilota pure se non arabo o mussulmano per buona pace di qualche idiota italico, si è suicidato; almeno così sembrerebbe.
Ma non sembra abbastanza, quindi si scava, si indaga, si ripercorre la vita di un ragazzo di ventotto anni, che faceva il pilota. Non era un terrorista. Ma l’infausto giorno non doveva essere a lavoro. Aveva strappato il certificato medico. Il giorno seguente, aveva problemi di vista. Poi ancora l’aveva lasciato la fidanzata. E il giornalista, risolto un punto interrogativo, ne pianta altri due. Voleva morire? La fidanzata era incinta. Era depresso. Il folle pilota era pazzo. Ma forse il giornalista sbaglia affermando che la depressione è uguale alla pazzia. Ma domani – oggi – è un altro giorno, non resta che attendere. E la puntata odierna si fa più ricca. Il pilota aveva tentato il suicidio, prima di prendere il brevetto. Prima ancora di un filmato che oggi spopola e lo mostra sorridente alla guida di un ultraleggero, dieci anni fa. In pratica il pilota aveva deciso di morire da bambino.
I commentatori sguazzano nelle loro parole, a volte disgustate come le mie, a volte così cariche d’odio cristiano, per questo “diavolo che sicuramente il buon dio farà marcire all’inferno” (cit.) a volte intelligentemente pesata, per chiedere di tacere.
E in tutto questo, non si risparmiano nemmeno le vittime, delle quali oggi si sa tutto ciò che è necessario sapere. Nome, cognome, nazionalità, professione e il posto assegnato in aereo, con tanto di piantina – proprio come quella delle prenotazioni on line.
Perché? Verrebbe da chiedermi, ma ho paura che a qualcuno poi venga voglia di rispondere. Temo non lo sopporterei.
Tralascio le teorie lette nei giorni: gli UFO, le guerre con le nuove super armi laser americane, il carroarmato impazzito, il drone sfuggito al controllo della CIA, le troppe somiglianze del relitto col relitto di Ustica.
Torno al succo della questione, il mio disgusto per questo mondo che ormai ci insegna anche a non soffrire più per nessuno, se non per noi stessi che d’ora in poi entreremo dentro un aereo salutando a mala pena la signorina che ci dà il benvenuto a bordo, e sbirceremo dentro la cabina di pilotaggio, magari cercando di intuire dalla nuca dei due tipi seduti là, se stanno bene, se son felici, se è stato pagato loro lo stipendio in tempo, se hanno le bollette arretrate da pagare, se son pressati dal mutuo, se i loro familiari stanno bene… se vogliono vivere o morire.
Un mondo che ci terrorizza, come se non fossimo già abbastanza terrorizzati dell’oggi e del domani.
Rita Pani (APOLIDE)