Lo Stato Islamico vicino e l’Italia teme

Schermata-libia-italiaDi Luigi Asero

No, al potere e ai potenti questo titolo non piacerà. E non piace neanche a noi che lo abbiamo scelto, ma la verità è che l’Italia (e gli italiani) al pericolo islamico vicino non credono, non hanno creduto. Non hanno creduto alle analisi (fumose) dei servizi di intelligence e non alle parole di alcuna stampa oseremmo dire “alternativa” che da mesi annuncia il rischio di una deriva della situazione estremistica nel vicino Medio Oriente, nelle terre “risorte” dalla falsa “primavera araba” che avrebbe dovuto togliere i dittatori odiosi per portare la “democrazia” in quei Paesi “oppressi”. La situazione era veramente quella? No, si è provato a dirlo. Lo ha scritto mille volte, in ogni forma, il giornale online “La Voce dell’Isola”, lo hanno scritto tanti analisti. Ma al potere non piaceva. Non piaceva ai governi che si ammettesse questa verità, non piaceva ai lettori leggerne. Si è parlato di complottismo e di sensazionalismo per tirar sù un po’ di visitatori in più.

Il ministro degli Interni, Angelino Alfano, ha più volte -e fortemente- smentito queste voci. Dalla sua comoda poltrona romana. Per carità, quella non è una poltrona comoda, lo sappiamo bene. A volte la diplomazia (e la logica) impongono di “fingere”, di non ammettere alcuni pericoli per non creare allarmismi. Ma se così fosse, il Paese si preparerebbe comunque ad affrontare il pericolo, senza troppe dichiarazioni alla stampa. Esistono azioni che vanno compiute in silenzio e sono, spesso, quelle più importanti per la sopravvivenza del Paese che si governa.

Eppure i fatti smentiscono questa possibilità. Tutto è stato sottovalutato. Inesperienza? Forse, o forse qualcosa di più. Forse la precisa volontà di sottovalutare. Giocando magari sul fatto che “dai, tanto non succede, non può succedere, non a noi”. Invece no, succede. E sta succedendo, proprio a noi.

Perché annunciare, proclami di mesi fa, che si preparano a sbarcare in Sicilia e in Italia oltre due milioni di clandestini e rifugiati sostenendo che “non esiste rischio di infiltrazione di terroristi”, quando i numeri parlano di 3.538 persone arrivate nei primi 30 giorni del 2015. Ma Alfano parlò di due milioni pronti. Lo ricordiamo e speriamo lo ricordino i lettori. Oltre 3 mila in 30 giorni è tantissimo, soprattutto se a questi sommiamo i 2.164 delle sole ultime 24 ore di febbraio. Ma non siamo a due milioni. Direte: bene!
No, male. Perché i due milioni arriveranno probabilmente. E vi spieghiamo come e perché.

Fermiamoci un attimo. Andiamo in Libia, da dove i migranti partono alla volta delle coste italiane. O meglio delle unità della Marina Militare e della Guardia Costiera impegnate nell’operazione Triton.

La situazione libica è precipitata nelle ultime ore. Non era mai stata stabile dalla caduta di Gheddafi, ma ora i miliziani dello Stato Islamico (o Isis se preferite) hanno preso il controllo di due città: Dirna e Sirte. Importantissima la seconda, seconda città dopo Tripoli. Che si affaccia sul mar Mediterraneo. Nulla fa pensare che si fermeranno là. L’Isis fa una vera e propria marcia di conquista. Ha attaccato piattaforme petrolifere, continua a reperire finanziamenti, in Libia pare abbia rubato quattro camion di oro puro che era del passato regime gheddafiano (pare destinato a creare la nuova moneta libica a cui aspirava Gheddafi, aspirazione che forse gli fu fatale, altro che “dittatore”). Cosa accadrà ora che l’Isis controlla il traffico di migranti? Quanti saranno mandati? Forse quei due milioni che l’on. Alfano aveva preannunciato. Si potrebbe presumere che quasi si conoscesse il futuro prossimo della Libia. Può darsi. Come forse no, in quel caso solo per una sfortunata coincidenza si arriverebbe agli stessi numeri.

Ora torniamo all’Italia. Da venerdì è arrivato il consiglio a tutti gli italiani in Libia di lasciare subito il Paese, l’ambasciata a Tripoli è stata chiusa, i nostri connazionali rientrano anche con navi mercantili. Si chiama fuga, non rientro. La Farnesina specifica “non si tratta di un’evacuazione”. Sarà… ci somiglia tanto.

Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha dichiarato venerdì “L’Italia è pronta a combattere” (in Libia), il ministro della Difesa Roberta Pinotti precisa “5 mila uomini andranno in Libia, non è una missione umanitaria ma di contrapposizione” coordinata dall’Onu.

Intanto il segretario del SAP (Sindacato Autonomo della Polizia) fa sapere che servono corsi antiterrorismo, che gli uomini “non sono preparati al conflitto con uomini in movimento”, si intende che non sarebbero preparati a singoli attentatori? Non lo crediamo. Allora per uomini in movimento forse si intende “miliziani in pianta stabile” sul territorio italiano.

Non sono preparati… ci inquieta. L’Isis intanto oggi ha fatto sapere di essere “a sud di Roma” nell’ennesimo video di minaccia all’Italia. Sì, in Libia. A meno di 450 Km dalla Sicilia. Il pericolo è concreto, Lampedusa teme gli Scud di gheddafiana memoria… e l’Italia ancora non è veramente pronta.

E non lo sarà fin quando i suoi cittadini continueranno a disinteressarsi di tutto. Dei complottisti, degli analisti, dei fatti propri.