Libertà di stampa: Italia al 73° posto

RSF-2015

Colori e significato Nero = situazione molto seria Rosso = situazione difficile Arancio = problemi sensibili Giallo = situazione soddisfacente Bianco = situazione buona

Di Luigi Asero

Vi sembra normale che la libertà di stampa in uno Stato democratico scenda così in basso? No, a noi non sembra normale. E in effetti la domanda non è posta nella sua formula ottimale. Se lo fosse allora sarebbe normale, basterebbe specificare che quello Stato, quel Paese, è l’Italia. Che solo nel 2014 ha perso 24 posizioni rispetto alla classifica relativa al 2013 (e non si sentano attaccati questo Governo e questo Parlamento se, per pura coincidenza (!), questo periodo coincide con la loro legislatura).

La classifica non la fa SapereItalia né Luigi Asero, bensì “Reporters sans Frontières“, che misura appunto il contrasto tra la definizione astratta del termine “libertà di stampa” in relazione con il potere e la realtà dei fatti.

Prova di quanto sia realistica questa analisi è come sia passata “sottovoce” in tutti i principali media italiani. Una buona analisi, che condividiamo è quella di Mimmo Candito per “La Stampa”. Poi, ma senza troppa enfasi ne hanno parlato da Repubblica a Il Fatto Quotidiano, da Internazionale ad alcuni blog. Sì, e basta! Provate a fare la ricerca voi stessi e come news del 2015 ne troverete pochine. Un caso? No, non lo crediamo. O magari… consideriamo che la “notizia” è oscurata dal Festival di Sanremo.

Di seguito l’analisi de “La Stampa”

di Mimmo Candito

Non era mai precipitata così in basso, l’Italia, nella classifica mondiale della libertà di stampa: il 73.mo posto la sbatte in coda ai paesi occidentali, facendola scivolare di ben 24 posti in un solo anno. Scivolano in giù anche gli Stati Uniti, che eppure hanno una solida storia di sensibilità nella difesa del giornalismo, e scendono al 49.mo posto, perdendone comunque tre, soprattutto a causa delle insistite pressioni della magistratura americana sul reporter del “New York Times” James Risen, perchè rivelasse la fonte delle sue informazioni (la disputa, poi, un paio di settimane fa, ma già in questo 2015, si è risolta con il riconoscimento del diritto alla segretezza). L’Italia però, e anche gli Usa, sono soltanto gli indicatori significativi d’un anno davvero disgraziato per la libertà di stampa in ogni paese del mondo, perchè – a scorrere velocemente la classifica di Reporters sans Frontières del 2014, confrontandola con il 2013 – i numeri denunciano un autentico disastro: non ce n’è quasi nessuno che si salvi, dei 180 paesi, soltanto la Francia tra le democrazie, che guadagna un posto, e sale il 38.mo, e poi altri pochi paesi di aree dove però l’ecosistema del pluralismo è assai rarefatto, la Costa d’Avorio, la Georgia, il Nepal, il Brasile.

Vi sono due aspetti che vanno posti alla nostra attenzione. Il primo riguarda la relazione tra il giornalismo e il potere, cioè i limiti che il giornalismo incontra quando svolge il proprio lavoro di accertamento della realtà e deve misurarsi con la forza degli interessi coinvolti nella sua narrazione; limiti che, magari, quanto a leggi e norme non soltanto appaiono riconoscere l’esercizio di questo lavoro, ma anche ne definiscono una ampia tutela e ogni possibile garanzia, e però poi anche limiti che, nella realtà concreta dei fatti, vengono pesantemente ristretti dalla pratica delle influenze, dei condizionamenti politici ed economici, delle minacce più o meno sussurrate, quando non da una repressione che ignora con arroganza il dettato legislativo.

Questo primo aspetto incide decisamente nella classificazione di Reporters sans Frontières, che misura appunto il contrasto tra la definizione astratta della relazione con il potere e la realtà dei fatti. E si va da un contrasto magari anche velato, e però autentico, fino a una sprezzante violazione di ogni tutela. Il contrasto più o meno velato è quello che viene denunciato in alcuni paesi di democrazia consolidata (per tutti, il caso Italia), mentre la violazione è evidente nei paesi a regime autoritario, che sono le dittature di ogni continente (incluse quelle del Grande Medio Oriente), ma anche paesi come la Russia di Putin, dove l’apparato istituzionale ha le forme della democrazia (elezioni politiche, pluralità di mezzi di informazione) ma poi il presidente e il suo governo influenzano pesantemente il potere giudiziario e controllano la stragrande maggioranza dei massmedia. E la Russia ha infatti il posto 152 sui 180 totali, con una ulteriore perdita di 4 punti rispetto al 2013.

Il secondo aspetto che incide nella classifica, e su cui riflettere, riguarda l’attività concreta, quotidiana, dei giornalisti, e le difficoltà con cui essi devono confrontarsi. L’orizzonte estremo di queste difficoltà sta, ovviamente, nei territori di guerra. Nel 2014 sono stati ammazzati 85 giornalisti, 800 ne sono stati arrestati, 168 i sequestrati. E’ un conto pesantissimo, che appare davvero amaro quando poi si osserva il giudizio spesso sprezzante che viene espresso sul nostro lavoro e sulla sua affidabilità. Comunque, in questo orizzonte estremo si va ormai consumando la figura dell’inviato speciale come profilo simbolico del giornalista testimone, cioè di chi racconta ciò che vede e ne garantisce la autenticità: in un mercato editoriale in mutazione genetica, la produzione della informazione viene sempre più consegnata all’utilizzo di fonti mediate (internet sostituisce sempre più diffusamente il “giornalista” che va sul campo), con i vantaggi d’una disponibilità e d’una varietà prima inimmaginabili di fonti ma, anche, con i rischi di una verifica assai labile, quando non inesistente, sulla attendibilità di quelle fonti.

Per chiudere, è possibile aggregare alla classifica di RFS anche il notevole monitoraggio che realizza nel nostro paese l’osservatorio di “Ossigeno per l’informazione”. Nel 2014, in Italia hanno subito minacce di vario tipo 506 giornalisti: 47 hanno patito aggressioni fisiche, 139 avvertimenti minacciosi, 22 danneggiamenti, e 276 denunce e azioni legali palesemente strumentali. E in questi pochi giorni del 2015, l’osservatorio ha dovuto già registrare 21 minacce: la prossima classifica di RSF s’annuncia altrettanto amara di questa che ora ci condanna pesantemente.

LA CLASSIFICA COMPLETA DIRETTAMENTE DA RSF.ORG