Anno Giudiziario 2015: tutti i magistrati scoprono che…

anno-giudicDi Luigi Asero

In tutti i distretti giudiziari italiani si è inaugurato oggi l’Anno Giudiziario 2015, un momento per fare il punto della situazione della Giustizia in Italia, un momento per capire che aria tira. La grande scoperta, se tale possiamo definirla, è che la mafia, anzi le mafie, sono -per quanto combattute- ben lontane dall’essere sconfitte. Da nord a sud il fenomeno che fino a pochi anni fa era per molti “mera invenzione giornalistica” è invece in forte espansione e starebbe controllando una grossa fetta della società civile e del mondo imprenditoriale e istituzionale.

A Milano il presidente della Corte d’Appello, Giovanni Canzio, arriva a dire che la mafia nel nord Italia deve “essere ormai letta in termini non già di mera infiltrazione, quanto piuttosto di interazione-occupazione“, ma si dice anche certo che “presenza e attenzione sarà riservata all’azione di prevenzione e repressione di ogni forma di violenza di natura eversiva o terroristica o di matrice fondamentalista che intenda profittare della portata internazionale dell’Expo 2015 a Milano“. Aggiunge poi “Nel distretto milanese e in vista di Expo 2015 lo Stato è presente e contrasta con tutte le istituzioni l’urto sopraffattorio della criminalità mafiosa, garantendo, nonostante la denunciata carenza di risorse nel settore giudiziario, la legalità dell’agire e del vivere civile… Il fiorire di iniziative imprenditoriali collegate allo straordinario evento di Expo 2015 lasciano presagire che per la criminalità organizzata si aprano, insieme con nuove e più ricche opportunità, impreviste criticità, a causa del conflitto latente fra le originarie regole delle ‘ndrine e i più ampi orizzonti di profitto… Non si fermano le indagini e gli arresti, si applicano misure di prevenzione patrimoniale su immobili e aziende, si annoverano circa 70 interdittive antimafia del prefetto di Milano a carico di società impegnate in lavori per l’Expo”.

Eppure, lo stesso Canzio, riferendosi all’audizione di Napolitano da parte dei giudici di Palermo afferma “È mia ferma e personale opinione, tuttavia, che questa dura prova si poteva risparmiare al Capo dello Stato, alla magistratura stessa e alla Repubblica Italiana“. Risponde da Palermo il pm Nino Di Matteo, titolare del processo sulla trattativa Stato-mafia: Non ho intenzione di commentare le dichiarazioni del presidente della corte d’appello di Milano, ma l’utilità della citazione a testimoniare dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è già stata oggetto di valutazione della corte d’assise di Palermo”

Non da meno il Procuratore Generale (facente funzioni) della Corte d’Appello di Roma, Antonio Marini, al quale spetta esordire parlando di “mafia capitale” e infiltrazioni nello sport. Dice infatti che la “drammatica congiuntura economico-finanziaria ha finito per agevolare il diffondersi della criminalità organizzata nel Lazio e in particolare a Roma”. ‘Mafia Capitale’ “ha messo in luce il crescente intreccio tra mafia e corruzione, che costituiscono i due mali endemici della nostra società e che spesso coincidono, perché dove c’è mafia è oggettivamente più forte e penetrante la corruzione“. E sulle infiltrazioni nel mondo dello sport è costretto a denunciare che il pallone “è diventato un grande business, una potentissima arma di consenso e di coesione sociale, elementi di cui la criminalità è alla costante ricerca, negli ultimi anni i rapporti con la criminalità organizzata sono diventati sempre più stretti e connotati di ambiguità, soprattutto quelli con la tifoseria degli ultras“.

Un dato positivo, comunicato dal procuratore Giuseppe Pignatone, è che la criminalità, nel 2014, ha subito sequestri di beni per un valore di 1,4 miliardi di euro.

A Roma boom anche per le indagini sulla  altro esempio della deriva di questa Italia senza più etica né morale con un più 44,2% delle inchieste in corso.

Preoccupa ovviamente anche la minaccia jihadista, sempre più pressante e pericolosa e suggerisce la costituzione di una banca dati nazionale, analoga a quella realizzata per la mafia.

Preoccupante anche il numero di denunce per lesioni, Marini spiega che si è registrato “un impressionante aumento di iscrizioni” pur ammettendo che la crescita “è derivata sostanzialmente dal proliferare di denunce finalizzate a ottenere un vantaggio patrimoniale, spesso infondate“.

Da Palermo il boom di femminicidi, aumentati praticamente di cinque volte. In aumento anche i tentati omicidi. Raddoppiati i reati di pedofilia e triplicati quelli relativi al traffico di esseri umani (immigrazione clandestina). Ma non è certo Palermo che glissa sulla mafia e infatti Ivan Marino (presidente reggente della corte d’appello di Palermo) così ne parla: “Cosa nostra continua ad essere un’organizzazione potente, fortemente strutturata nel territorio, riconosciuta per autorevolezza da vasti strati della popolazione, dotata ancora di risorse economiche sconfinate ed intatte e dunque in grado di esercitare un forte controllo sociale e svolgere opera di proselitismo….La indubitabile contingente e pericolosissima esposizione a rischio di taluno dei magistrati della requirente, con conseguente adozione di dispositivi di protezione mai visti, finisce per isolare e scoprire sempre più i magistrati della giudicante titolari degli stessi processi… Si sta verificando la stessa identica situazione degli anni ‘80, allorché la protezione era garantita per lo più, se non esclusivamente, ai magistrati facenti parte dei pool antimafia dell’ufficio istruzione e della Procura, con indifferenza verso la situazione della giudicante, con la conseguenza che bastò un solo episodio criminoso che la riguardasse per porre in crisi lo Stato, che dovette dall’oggi al domani garantire la massima protezione non soltanto ai magistrati ordinari, ma anche ai giudici popolari“.

A parlare di politica criminale del “doppio binario”denunciandone “l’incoerenza del prodotto finale del sistema penale con il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge” è il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato: “L’attuale composizione sociale della popolazione carceraria è analoga a quella dell’Italia del 1860: in carcere ad espiare la pena finiscono soprattutto i ceti popolari, mentre la giunta dei colletti bianchi è statisticamente irrilevante“. Facendo notare che solo 31 detenuti su 24.744, sono in cella per reati di corruzione.

Per il presidente della Corte di appello di Caltanissetta, Salvatore Cardinale: “Il livello di infiltrazione delle associazioni mafiose operanti nel Distretto rimane ancora elevato…la mafia mantiene tuttora una sua debordante vitalità ed è alla ricerca di nuovi equilibri…Ci sono ancora boss che impartiscono ordini dal carcere e che continuano a mantenere e ad esercitare il loro antico potere… il 2014 è stato caratterizzato da intimidazioni, minacce, insinuazioni e delegittimazioni varie rivolte a magistrati, funzionari pubblici e rappresentanti di organizzazioni private, specie quelli più esposti sul campo dell’antimafia e della lotta all’illegalità. Si tratta di segnali che sembrano manifestare un parziale cambiamento della strategia fin qui perseguita del cosiddetto ‘inabissamento’ a favore della scelta di una maggiore visibilità anche mediatica dell’insofferenza sempre più crescente verso l’azione di contrasto che tuttora è condotta dallo Stato e che trova l’adesione in alcuni protagonisti di un’imprenditoria libera e illuminata… i nuovi vertici confindustriali siciliani e nisseni spesso aggrediti attraverso il metodo subdolo della diffamazione e del discredito mediatico, e l’accentuata campagna di delegittimazione condotta a tutto campo contro vari protagonisti dell’antimafia operativa, mirati a riprodurre una strategia della tensione che potrebbe tradursi in azioni eclatanti”.

Il presidente della Corte d’Appello di Catania, Alfio Scuto, ha parlato della nuova geografia del Distretto “Presso questo distretto la riforma ha determinato la soppressione del Tribunale di Modica e della relativa Procura della Repubblica, accorpati ai corrispondenti Uffici di Ragusa, nonché di tutte le Sezioni distaccate di Tribunale. Non si è trattato di decisioni indolori, soprattutto nel profondo sentire delle popolazioni residenti e delle loro legittime aspettative di giustizia. È stata però portata a compimento, seppure in maniera decisamente radicale, l’attesissima revisione della ‘geografia giudiziaria’ che, invocata da decenni in funzione di una razionalizzazione del risalente reticolo giudiziario e di una maggiore efficienza dei relativi servizi, si è piuttosto realizzata sull’onda della pubblicizzata operazione di spending review nella Pubblica Amministrazione. Tutto ciò dovrebbe preludere, a un nuovo modello di amministrazione della giustizia, imperniato su figure specializzate di giudice, sull’implementazione dei processi di informatizzazione e telematizzazione della giurisdizione e dei servizi giudiziari, sull’immissione di nuovo personale amministrativo con qualifiche adeguate alle moderne metodologie del lavoro, sulla formazione e sull’aggiornamento degli operatori del settore.

Poi uno sguardo alla situazione attuale: “Lo stato delle cose nel nostro Paese è invece sotto gli occhi di tutti, con una crisi economica che non accenna a placarsi, con crescenti tensioni sociali, con la scoperta di diffuse nuove corruttele (anche su grandi opere pubbliche o in ambienti di rilievo nazionale), con l’esplosione di pulsioni demagogiche. E tutti noi dobbiamo essere soprattutto consapevoli della drammaticità di quanto, quasi sessant’anni fa, scriveva Corrado Alvaro quando avvertiva che ‘la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile’