Donne e rituali nell’antica Roma. Le Vestali

VestaliRoma non sempre è stata fulcro della religione cristiana, sappiamo bene che appena 2000 anni fa Roma era città che adorava gli dèi e che ad essi dedicava gran parte delle sue attività. Come di frequente accadeva in passato, e di tali atteggiamenti restano forti reminiscenze anche ai tempi odierni, le donne non potevano svolgere ruoli attivi nella società se non accondiscendere al volere patriarcale e successivamente ai “doveri” matrimoniali.
Diverso è stato l’atteggiamento dei romani nei confronti della vita religiosa che si svolgeva su parecchi piani: in pubblico, nel Foro o davanti ai templi. In questi luoghi avevano luogo le pratiche della religione ufficiale; in ogni quartiere, in ogni associazione o collegio un culto di natura semi-ufficiale costituiva la cornice della vita e dell’azione della comunità, mentre in ambito domestico ogni famiglia organizzava la propria religione come meglio credeva.
In questa tradizione, condivisa da tutti, la posizione della donna era la stessa: non aveva mai la parte più importante. Le grandi liturgie pubbliche spettavano infatti sempre a figure maschili quali i magistrati, talora assistiti dai sacerdoti. I magistrati detenevano inoltre il potere di formulare e interpretare il diritto sacro. La volontà degli dèi, raccolta per mezzo degli auspici o con la consultazione dei Libri sibillini, era annunciata esclusivamente dai magistrati o dai sacerdoti. I grandi sacerdoti pubblici erano eletti dai comizi, in altre parole dai cittadini (maschi). Anche sul piano domestico i responsabili dei culti familiari erano i padri di famiglia. La donna era ritenuta incapace, proprio a causa del suo sesso, di celebrare i momenti più importanti del culto: l’uccisione e la spartizione delle carni della vittima sacrificale.

Santuario-VestaTuttavia qualche eccezione c’era. Donne e rituali avevano anche un’importanza non da poco se parliamo delle vestali. La prima eccezione -infatti- era quella delle vestali, sacerdotesse pubbliche, reclutate prima della pubertà e che servivano per trent’anni. Esse abitavano in una grande casa adiacente al santuario di Vesta, all’angolo sud-ovest del Foro romano, con l’obbligo della castità per il loro tempo di servizio. La principale funzione delle vestali era quella di tenere acceso e sorvegliare il fuoco del focolare pubblico, nel santuario di Vesta.
Tre volte durante l’anno, le vestali procedevano alla torrefazione, alla pestatura e alla molitura dei chicchi di farro, aggiungendovi sale cotto e sale grezzo. Preparavano una farina rituale, la “mola salsa”, che era sparsa su tutti gli animali condotti a un sacrificio pubblico (da qui il termine “immolare”: letteralmente “cospargere di mola”). Con questa farina, le vestali erano presenti a tutti i grandi sacrifici pubblici e costituivano un gruppo completamente a sé stante, godendo di diversi privilegi legali. Avevano infatti diritto a essere precedute da un littore (Wikipedia: dal latino lictores che deriverebbe da ligare ovvero legare, istituiti al tempo di Romolo, camminavano davanti al rex e lo proteggevano con bastoni. Avevano, inoltre, attorcigliate alla vita delle cinghie di cuoio, con le quali legavano tutti quelli che il sovrano avesse ordinato di catturare), potevano testimoniare in tribunale, sfuggivano alla tutela di padre e marito, disponevano liberamente dei propri beni e potevano addirittura anche fare testamento.
Santuario-Vesta-internoInoltre le vestali non erano l’unica eccezione. Altri sacerdoti romani, come il flamine di Giove (vedi qui) e il “re dei riti sacri”, avevano una moglie che, anch’essa, faceva sacrifici. Contrariamente a tutti gli altri sacerdoti (i pontefici, gli auguri, ecc.), le cui funzioni erano collocate fuori dalle categorie sessuali e domestiche, il flamine di Giove e il “re dei riti sacri” erano sacerdoti in quanto uomini con una vita familiare completa: dovevano necessariamente avere una moglie; il loro servizio era quello di una coppia piuttosto che di un individuo.
Per questo motivo il flamine di Giove lasciava il suo compito quando la moglie moriva. Altri esempi di condotta “sacerdotale” e di sacrifici celebrati da donne provengono dai culti officiati dalle matrone, come quello di “Bona dea”, che passava per essere la dea delle donne. Nella notte fra il 3 e il 4 dicembre veniva officiato un culto a porte chiuse nella casa di un magistrato investito del potere di comando civile e militare superiore (come quello dei consoli e dei pretori). Il culto era celebrato dalle matrone di alto rango e dalle vestali, aiutate dalle loro schiave. Su un fuoco sacro esse sacrificavano una scrofa, la cui carne del ventre spettava alla dea. Esse offrivano anche una libagione di vino; danze e canti facevano parte della cerimonia.
Nella casa in cui il servizio era officiato non si poteva tollerare alcuna presenza maschile. Tutti gli esempi precedenti riguardano la vita religiosa pubblica, ma a causa dell’assenza di fonti precise e dell’infinita varietà delle tradizioni domestiche, non siamo in grado di continuare la ricerca sul terreno privato. Nello stesso tempo, tuttavia, la donna è onnipresente nei riti domestici; come per i rituali di passaggio, di unione o separazione, quali il matrimonio o il funerale. Gli esempi fin qui riportati delineano la posizione paradossale delle donne nella religione: sottomesse, certamente, agli uomini e relegate a compiti marginli, compivano tuttavia funzioni essenziali per la sopravvivenza di Roma. Non soltanto come componente indispensabile della vita sociale, le cui funzioni riproduttive erano celebrate da una serie di riti e culti, ma anche come componente imprescindibile della vita pubblica. Celebrare un sacrificio in Campidoglio può sembrare più “religioso” e più importante che macinare cereali e sale nella parte più segreta della casa delle vestali; ma senza questa “cucina”preparatoria e senza la sorveglianza del fuoco pubblico nessun sacrificio sarebbe stato possibile: l’attività delle vestali, infatti, era indispensabile per stabilire la comunicazione tra uomini e dèi.

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