Capaci, la memoria di Giovanni Falcone 19 anni dopo

di Luigi Asero

falcone-togaRicorre fra poche ore il 19° anniversario della strage di Capaci. Nei ricordi degli ultra trentacinquenni le immagini di quell’autostrada sventrata, i mille tentativi di ricostruzione dei fatti cercando di capire chi sia veramente colpevole di un’intera stagione di sangue e di stragi. Una stagione che iniziò in effetti quando la mafia, nel marzo ’92, da un segno chiaro alla politica eliminando un intoccabile, Salvo Lima, referente andreottiano in Sicilia.

Una stagione di lacrime e sangue che proseguirà poi con la strage Borsellino e l’omicidio Salvo in settembre (altro grande notabile della mafia eliminato in una pulizia interna che delineava nuove e più grandi alleanze). Per culminare con le stragi del ’93, questa volta fuori dalla Sicilia in un vortice di violenza che mette insieme mafia, massoneria occulta e pezzi deviati (ampi purtroppo…) dello Stato.

La cronaca ormai è nota a tutti in qualche modo e comunque facilmente reperibile in rete. La riflessione invece è d’obbligo: dopo 19 anni cosa è rimasto del “metodo Falcone”, cosa è rimasto dell’insegnamento che Giovanni Falcone ci ha lasciato? Quelli di Falcone furono funerali affollatissimi di gente comune che chiedeva giustizia e verità, di cartelli che inneggiavano al “le tue (poi dopo Borsellino “le vostre”) idee cammineranno sulle nostre gambe”. Dove sono oggi quelle idee?

Per carità, è innegabile che oggi tanto si è fatto sulle coscienze del popolo siciliano e a livello nazionale. Ma non si è tenuto forse conto dell’avvertimento che Giovanni Falcone ci ha lasciato:

è la situazione attuale che, a mio avviso, non legittima alcun trionfalismo. Mi rendo conto che la fisiologica stanchezza seguente ad una fase di tensione morale eccezionale e protratta nel tempo ha determinato un generale clima, se non di smobilitazione, certamente di disimpegno e, per quanto mi riguarda, non ritengo di aver alcun titolo di legittimazione per censurare chicchessia e per suggerire rimedi. Ma ritengo mio preciso dovere morale sottolineare, anche a costo di passare per profeta di sventure, che continuando a percorrere questa strada, nel futuro prossimo, saremo costretti a confrontarci con una realtà sempre più difficile.” (Giovanni Falcone – L’Unità – articolo postumo del 31/05/1992)

La mafia ha una capacità camaleontica di adattarsi alle mutazioni del quadro geo-politico-economico, si adatta fino a determinarlo. Elimina i referenti politici quando decide di scendere in campo con nuovi e più forti referenti. Spesso legati al mondo imprenditoriale, ben visti dagli elettori perché “danno lavoro”. Succede ovunque. Le cronache ce lo insegnano giornalmente.

Abbassare la guardia, forti degli arresti sempre più numerosi di boss e gregari, è come pensare che abbattuto il lupo che ci ha ucciso le pecore sia stato sconfitto il branco. No, il branco si riproduce, si riorganizza e peggio, si mimetizza.

Combattere la mafia, combattere il potere della mafia e, meglio ancora, combattere la mafia al potere, deve rimanere l’imperativo categorico. Ricordare che la mafia non è solo racket e droga ma cemento, politica, grandi affari, riciclaggio in attività lussuose e apparentemente lontane quali alberghi nelle più rinomate località turistiche o negozi nelle più belle vie delle nostre città. Ricordare financo che la mafia ha imparato talvolta a travestirsi da “antimafia”…

E per ricordare il sacrificio di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e dei loro tre agenti di scorta Antonio Montinari, Vito Schifani e Rocco Di Cillo userò ancora un passaggio di Giovanni Falcone:

“La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”