8 marzo 1911 – 2011. Un secolo di conquiste ma anche di sconfitte…

DonnaL’ennesima ricorrenza commerciale quasi ci impone di festeggiare la “donna” come emblema di conquiste sociali inimmaginabili fino al secolo scorso.

La donna oggi è certamente emancipata, progredita, occupa talvolta ruoli non certo marginali della vita sociale, politica ed economica nella società dei consumi. Tanta strada si è fatta da quel giorno di esattamente 100 anni fa quando un incendio disastroso eresse questa data a simbolo della riscossa femminile in un mondo maschilista incapace di apprezzare e tutelare quanto di più importante ci sia per l’umanità: la figura della donna.

In queste parole non si può però non leggere anche un po’ di retorica, che senza difficoltà si ammette. Per una serie di motivi che non sono, come potrebbe apparire ai più, anti-femminili. Ma piuttosto al contrario in favore proprio della donna.

Di quella donna che tutti siamo abituati a conoscere: la mamma, la sorella, l’amica, la collega di lavoro e più semplicemente la nostra vicina di casa o piuttosto quello sguardo sfuggente tra i veloci passi in galleria prima di prendere la Metro e non incrociar più quello sguardo. La donna essenzialmente come persona quindi e non come “specie protetta” che già come espressione mi genera un senso di orrore.

Il centenario impone di ricordare a tutti innanzitutto che ciò che si festeggia non è una festa ma il ricordo di una tragedia, che ha però avuto il positivo risvolto di far finalmente rialzare la testa alle donne e creato un po’ di scrupolo nella classe allòra dominante,  quella maschile.

Quel giorno, che poi fu il 25 marzo, perirono circa 140 persone. Si racconta che lavorassero in una fabbrica tessile in condizioni inimmaginabili e che dopo giorni di protesta furono chiuse a chiave e venne dato fuoco ai locali per punizione.

Purtroppo la vera storia ci dice che anche questa è una mistificazione dei fatti. L’edificio era una specie di grande casermone adibito all’uso di varie fabbriche. Senza legislazione alcuna in materia di sicurezza del lavoro, senza un minimo di precauzioni. Ciò che avvenne è cosa ben diversa da ciò che si racconta.

La fabbrica tessile era situata ai piani superiori dell’edificio. Per circa 14 o 16 ore ore al giorno vi lavoravano donne, bambine, ragazze che così aiutavano le proprie famiglie a sopravvivere. Alcune erano immigrate clandestine, ma questa è un’altra storia…

Al 2° piano dello stesso edificio aveva sede invece una fabbrica di fiammiferi. Sì proprio quei fiammiferi fondamentali a dar luce e calore a quelle povere famiglie. Un incidente, l’esplosione di una miscela, diede inizio al furioso incendio che devastò l’intero immobile. Fra le vittime infatti si registrano anche parte degli operai e uno dei titolari della fabbrica di fiammiferi, mai citati forse per convenienza o forse perché ritenuti “veri colpevoli” dell’ecatombe.

Comunque morirono anche diversi uomini, qualcuno morì cercando scampo a fiamme e fumo e lanciandosi nel vuoto.

Tutto questo nulla toglie ovviamente alla gravità di un centinaio di ragazze tenute chiuse a chiave per evitare assenze improvvise e ingiustificate. Morte come tanti topi in trappola senza alcuna via di scampo. Molte di queste, essendo clandestine, per quasi un secolo non hanno avuto neanche nome. Solo le recenti scoperte scientifiche hanno completato correttamente l’elenco delle vittime grazie al DNA. Un’operazione curata dall’Università di New York con la collaborazione dei familiari e terminata proprio lo scorso gennaio.

Oggi, cento anni dopo cosa è accaduto? Cosa è cambiato? La donna è finalmente più emancipata, partecipa attivamente (nel bene e nel male) alla vita della comunità cui appartiene, ricopre ruoli di grande importanza. La donna è politica, poliziotta, medico, manager… ma è veramente “alla pari”?

La risposta è un semplicissimo, quanto triste, NO. Non è alla pari.

Perché è discriminata quando è brutta (e a volte quando è bella); perché è discriminata quando vorrebbe sposarsi; perché è discriminata quando attende ciò che da futuro all’umanità, il suo bimbo; perché è discriminata quando percepisce lo stipendio; perché troppo spesso subisce ingiustificata e inopinata violenza fino alla sua uccisione; perché di quelle bambine a lavorare nelle fabbriche ancora ne vediamo troppe, quando peggio non le vediamo nelle strade o nell’organizzazione di viaggi del sesso; perché è discriminata quando vuol dire la sua pacatamente senza per forza far sfuriate alla Vittorio Sgarbi; perché anche se è la first lady americana è ammirata più per le sue “prosperità” che non per il suo cervello; perché spesso è discriminata dal suo stesso genere che tra un festino hARdCORE e una casetta all’Olgettina pensa che ha conquistato il suo successo; perché ancora è discriminata se esprime i suoi pensieri ma canta anche a Sanremo (e personalmente non amo la cantante Emma, ma stimo tanto la sua voglia di dire la sua); è discriminata quando per ottenere la presidenza di Confindustria si attende la peggior crisi del secolo; lo è quando altrettanto fa il maggior sindacato dei DIRITTI dei lavoratori.

È discriminata, tout court, quando diventa la seconda scelta rispetto a una partita di calcio.

Di retorica, lo ammetto, è denso tutto questo intervento. Così apparirà.

Semplicemente perché non voglio dire “auguri” a nessuna donna. Perché un giorno non ci sia più bisogno di ricordare le “donne” con un giorno ben preciso, perché quel giorno le donne siano realmente accanto a noi in ogni giorno della vita. Senza pregiudizi e senza patemi. Così… perché è bello che il mondo che appartiene a tutti noi  sia gestito da tutti quanti insieme.

Nel vero ricordo di chi è stato, di chi è, di chi sarà…

Luigi Asero